lunedì 8 aprile 2019

Nel conflitto, l'Amorevole Gentilezza


Esiste la possibilità di guardare ai conflitti lasciando andare le cause e i meccanismi mentali che li generano per sviluppare le qualità del cuore? E' la teoria e la pratica che la Mindfulness Dharma Oriented ci invita a riportare nella vita quotidiana. E' la possibilità per tutti coloro che sono interessati e migliorare la qualità delle loro relazioni.

Quando pensiamo al conflitto ci riferiamo al fenomeno che si verifica quando due parti contrastanti si incontrano generando una tensione opposta: sul piano psicologico sono conflitti fra parti di sé antagoniste e sono i conflitti interpersonali. Come possiamo affrontarli? Ci sono tanti modi elaborati da diverse correnti di pensiero: quello che vogliamo esplorare in questa sede è l'applicazione dell'Amorevole gentilezza, quale attitudine di profonda accettazione della realtà. L'amorevole gentilezza, insieme alla compassione, alla gioia compartecipe e alla equanimità, è una delle quattro qualità, dette incommensurabili, centrali nella psicologia buddhista e nella Mindfulness.

Cambiare punto di vista
Di fronte a un conflitto, nella maggior parte dei casi, il nostro sentire istintivo è che la causa sia nell'altro o nelle circostanze avverse: ciò non è sbagliato, ma solo parziale, in quanto essendo in un campo squisitamente relazionale non può non esserci anche una nostra parte nel problema che ci si pone davanti. E, noi ci siamo sotto due punti di vista: quello della responsabilità e quello del modo in cui viviamo il conflitto stesso.
E' di questo secondo aspetto che ci vogliamo occupare in quanto ci appare risolutivo non tanto del problema in sé ma piuttosto nella riduzione del disagio psichico che esso può generare, ma soprattutto nel cogliere l'opportunità che sempre la vita ci offre in contropartita delle prove a cui ci sottopone. E, per chi è interessato ad accrescere la propria consapevolezza, i conflitti, se utilizzati in questo senso, possono diventare una grande opportunità.
Poniamo il caso in cui il conflitto non sia stato generato da noi e che perciò ci appaia irrisolvibile, e focalizziamoci invece sul nostro sentire e quindi sul modo in cui lo viviamo esplorando la possibilità di abbandonare l'aspettativa di risolverlo. E proviamo ad analizzare cosa accade dentro di noi. Ci accorgeremo di sentire una tensione forte, poco sostenibile che chiede prepotentemente di essere utilizzata per risolvere il che problema che l'ha generata. Ora questa tensione è sostenuta da un surplus di energia che è prodotta dall'attrito che si forma fra le due parti che confliggono (che siano due parti interne o parti di una relazione).

L'uso dell'Attrito
Infatti, come in natura, quando due parti in contrasto si scontrano creano attrito, generando una energia tanto più forte quanto più intenso e insolubile è il conflitto che ne è la causa. Questa energia sarà comunque fonte di un movimento interno o esterno: sta al soggetto scegliere quale direzione darle. Se la sua mente è fortemente condizionata dai meccanismi automatici di difesa dell'Io-Mio, l'energia dell'attrito andrà a sostenere reazioni automatiche, se invece si tratta di una mente più libera il soggetto potrà scegliere comportamenti più virtuosi.
In un esempio pratico, un attacco verbale può provocare un pungo e scatenare una rissa oppure risolversi in un sorriso derivante da un processo di consapevolezza al centro del quale ci sono contemporaneamente: il sentire il proprio disagio, la com-prensione delle ragioni dell'altro e l'accettazione aperta del conflitto in atto. Nella Mindfulness questo processo si chiama Amorevole gentilezza.

L'Amorevole gentilezza per la liberazione della mente
L'amorevole gentilezza è una profonda accettazione di noi stessi, dell'altro e della sofferenza di entrambi; è non dare spazio a quella parte di noi che vorrebbe, vendicarsi, rispondere oppure fuggire, essere consolata, cambiare la situazione: l'immagine della mente amorevole è quella di qualcuno che nel massimo del dolore sappia aprire il cuore ad un sorriso. E' una trasformazione radicale del nostro modo di vivere la relazione con se stessi e con gli altri. E' una profonda crescita interiore verso la saggezza. Non è facile attivare l'Amorevole Gentilezza, serve molta energia; ecco allora che le situazioni di conflitto ci vengono in soccorso fornendoci un prezioso surplus di energia che può essere utilizzato per scardinare i meccanismi della mente e quindi per liberarla: ciò che non può avvenire nella confort-zone, può così avvenire nel pieno della tensione se sappiamo utilizzare l'energia dell'attrito.
Se ci pensiamo bene a volte, inconsapevolmente, siamo proprio noi stessi a costruirci situazioni difficili, non per stare più tranquilli ma per un impulso dell'anima a liberarsi dai condizionamenti dell'attaccamento e dell'avversione ...
D'altra parte è esperienza comune l'osservazione che, di fronte momenti difficili della vita alcune persone ne sono devastate, altre rigenerate. Il punto è dunque: come fare a trasformare l'energia dell'attrito che deriva dal conflitto per liberarci invece che per aumentare la sofferenza di quella parte di noi che vorrebbe che quel conflitto e quell'attrito non ci fossero?

Il processo dell'Amorevole Gentilezza
La pratica dell'Amorevole Gentilezza nella relazione conflittuale non è assolutamente facile in quanto sono messe in gioco emozioni come la rabbia, la paura o la frustrazione che sono cariche di energia reattiva, poco gestibile. Tuttavia, se prima di far scattare la reazione automatica, riusciamo a prenderci un tempo, e se dietro al conflitto c'è una reale intenzione di incontrare l'altro, possiamo attivare quelle azioni introspettive che potranno sostenere il processo trasformativo.

Riportare la mente alla presenza.
In presenza di un conflitto è facile che la mente divaghi per elencare ossessivamente e sostenere tutte le nostre ragioni: è un enorme e inutile dispendio di energia che ci impedisce di essere in contatto con noi stessi e con quello che proviamo. E' importante dunque iniziare il processo introspettivo ritrovando la presenza, concentrandoci qualche minuto sul respiro.

L'indagine.
Se siamo in contatto con noi stessi possiamo ora provare a sentire e riconoscere l'emozione che ci abita: “rabbia... paura... di cosa...? cosa sto difendendo...? da cosa mi sento minacciata...?”

L'accettazione di se stessi.
Se quello che troviamo non ci piace è bene evitare di rimanere intrappolati in un giudizio negativo sui nostri stessi sentimenti che ci porterebbe inevitabilmente ad una fuga o ad agire l'aggressività.

L'osservazione.
Possiamo ora rivolgere lo sguardo verso l'altro per percepire sul piano sottile l'emozione che lo abita e le sue ragioni, ponendo le medesime domande: “rabbia... paura... di cosa.. ? da cosa si sta difendendo...? da cosa si sente minacciato...?”

L'accettazione dell'altro.
Prendere atto, senza giudicare, ciò che vediamo nell'altro

La motivazione.
A questo punto dobbiamo prendere una decisione: cosa vogliamo realmente che accada? Dobbiamo scegliere se cercare la pacificazione, la fuga o il mantenere acceso il conflitto... Ad aiutarci a prendere questa decisione c'è solo la direzione etica che guida il ricercatore sincero, senza la quale questo discorso rischierebbe di essere manipolatorio. L'obbiettivo non è “cosa mi conviene di più per sostenere l'IO-MIO” ma è “cosa è giusto fare per servire la Verità e la Benevolenza?”

L'apertura.
Se decidiamo di perseguire la pacificazione dobbiamo esprimere l'azione più difficile: aprirci e renderci vulnerabili, rinunciare a difendere noi stessi per entrare in empatia con l'altro. Per fare questo è necessaria una forza interiore, un perno che possa sostenerci, se la nostra identità fosse troppo fragile, l'azione di apertura, che è anche una resa, sarebbe insostenibile. Tuttavia piccoli e graduali tentativi possono essere fatti da tutti, per saggiare fino a che punto possiamo spingerci...

L'espressione.
E' l'atto finale che mettiamo in campo, per rivolgerci all'altro consapevolmente, con amorevole gentilezza, allineando la nostra motivazione con le parole che pronunceremo e le azioni che compiremo. Non è detto che questo processo sani il conflitto, anche se ha buone probabilità di farlo, ma avrebbe sicuramente un grande vantaggio: il conflitto invece di produrre il suo potenziale distruttivo aiuterebbe la nostra crescita interiore verso la liberazione dai condizionamenti della mente, e sarebbe un passo verso l'eliminazione della sofferenza “non necessaria” in noi stessi e negli altri.

Antonella Nardone


Vocabolario Mindfulness Dharma Oriented

I quattro incommensurabili (Bramaviara)
Con il termine Brahmavihāra nel Buddhismo si indicano quattro qualità o stati mentali altamente desiderabili, detti i quattro incommensurabili o le quattro forme del vero amore. Letteralmente il termine significa “Dimore Divine”: nella misura in cui riusciamo a generare in noi questi stati mentali e a stabilirci in essi, dimoriamo presso Dio, siamo come in paradiso, ma non dopo la morte in una ipotetica vita futura, ma proprio qui e ora mentre viviamo la nostra vita quotidiana. Come tutti gli stati mentali anche le quattro dimore divine dipendono in ultima analisi da noi e non dalle circostanze. Questo significa che se la nostra mente è sufficientemente allenata possiamo imparare a generare in noi questi stati indipendentemente dalle circostanze e anzi possiamo imparare a portarli proprio nelle situazioni difficili della nostra vita.
Questi quattro stati mentali sono: Mettā, Muditā, Karunā e Upekkhā.
Mettā è la gentilezza amorevole, l'amore e la benevolenza senza discriminazione che si irradia su tutti e che desidera il bene e la felicità dell'altra persona senza chiedere nulla in cambio.
Muditā è la gioia compartecipe, la gioia altruistica, la capacità di partecipare alla gioia altrui, l'opposto dell'invidia. Quando accediamo a questo stato mentale realizziamo che la felicità delle persone intorno a noi è la nostra stessa felicità: come posso essere felice se intorno a me ci sono persone infelici? Muditā è offrire gioia all'altra persona e considerare la gioia altrui come la propria.
Karunā è la compassione. Compassione non è commiserare l'altro, compatirlo, averne pietà, tutti atteggiamenti che sottendono un giudizio, che tendono a mettere l'altro in una posizione di inferiorità rispetto a noi, ma è la capacità di vedere e comprendere la sofferenza dell'altro, di partecipare al dolore altrui. Karunā, che come tutti i Brahmavihāra è una forma di amore, è la capacità di riconoscere la sofferenza nelle persone che amiamo e la capacità e il desiderio di alleviare questa sofferenza. Questo ci porta ad aprirci all'altro, a sentire la connessione con lui, a renderci conto che la sofferenza accomuna tutti gli uomini, al di là della facciata che mostrano. Se siamo nell'odio non facciamo altro che distruggere noi stessi.
Upekkhā è l'equanimità. Il sole è equanime, risplende su tutti senza distinzioni. La terra è equanime: è in grado di ricevere e trasformare sia sostanze pure che sostanze contaminate. Equanimità è lasciare andare attaccamenti, preferenze e avversioni, è la capacità di osservare fatti, persone, situazioni ma anche pensieri, emozioni e sensazioni accogliendoli per quello che sono, senza giudizio. Questo atteggiamento genera una mente di pace, quieta e spaziosa e in questo spazio possiamo essere non reattivi e quindi liberi. Equanimità non è indifferenza, è un guardare dall'alto che permette di cogliere le distinzioni, di discernere con visione e intelligenza senza farsi guidare da attaccamenti e avversioni.

Antonella Nardone
Mindfulness counselor, formatore e docente di Yoga Mindfulness, fondatore e direttore didattico
de Il filo del Sé, della FYM Scuola di formazione insegnanti. Ha ideato, coordina ed è docente
della Scuola di Counseling Yoga Mindfulness.
Dal 2010 è studiosa del pensiero buddhista sia nella tradizione Mahayana che Theravada;
pratica e guida gruppi di meditazione shamatha vipassana.
Ha elaborato un modello di crescita interiore a mediazione corporea, che connette lo Yoga
alla Mindfulness Dharma Oriented.
www.ilfilodelse.it

venerdì 22 marzo 2019

La mente, la meditazione e la compassione

I fondamenti della Mindfulness

LA MENTE, LA MEDITAZIONE E LA COMPASSIONE

 Quando si parla di Mindfulness è implicito conoscere i concetti base a cui ci si riferisce, ma non sempre essi sono noti anche agli stessi praticanti.  
“Mindfulness” in inglese, comunemente tradotto con il termine “Consapevolezza”, racchiude il concetto di “Sati” che nell’antica lingua pali indica quello stato mentale di attenzione al momento presente. Ma non finisce tutto qui: nella psicologia buddhista la piena presenza permette di liberarci dai pensieri condizionati che conducono alla sofferenza. Affinché questo processo sia avviato è necessario approfondire tre concetti che hanno molta rilevanza nel metodo della Mindfulness: la mente, la meditazione e la compassione. Per approfondirne il significato prendiamo spunto da alcuni articoli di Nanni De Ambrogio, docente del Mindfulness Compassion Master, e della Scuola di Mindfulness Counseling, organizzati dalla Mindfulness Project di Pomaia, che sono ritenuto i più qualificati corsi esistenti in Italia per l’apprendimento di questa materia.

Cos’è la mente

Nella tradizione buddhista tibetana c’è una definizione di mente molto chiara e semplice. Per mente o coscienza, termini sinonimi per indicare lo stesso fenomeno, si intende “ciò che è chiaro e conosce”. Possiamo dire che la mente conosce tutti i fenomeni di cui facciamo esperienza sia quelli che provengono dal corpo che quelli che provengono dalla parte pensante della mente.
I fenomeni che conosciamo e di cui facciamo esperienza con il corpo entrano in noi dai cinque canali sensoriali: le immagini visive dal canale della vista, i suoni dal canale dell’udito, i gusti dal canale gustativo, gli odori dal canale olfattivo e le sensazioni di contatto dal canale tattile. I fenomeni che provengono dalla mente pensante sono pensieri e immagini mentali. Essi appaiono privi di materia fisica e li sperimentiamo come interni a noi ciò che dimostra che devono avere un sostegno nell’attività del cervello o in qualche altro substrato corporeo nel caso delle coscienze più sottili affermate dalla tradizione buddhista.
Il nostro mondo è tutto racchiuso nelle esperienze conosciute attraverso questi sei canali.
La chiarezza della mente, si riferisce al fatto che essa possiede uno sfondo come un cielo ampio e luminoso sul quale di volta in volta appaiono le esperienze fisiche e mentali che vengono conosciute. La natura di chiarezza dello sfondo rimane comunque anche se le esperienze conoscitive appaiono con un sapore di pesantezza, oscurità o confusione poiché è la chiarezza che permette la percezione dell’esperienza. Per esempio quando diciamo di essere confusi dimostriamo di conoscere quel tipo di esperienza ed è proprio la chiarezza di sfondo che ci permette di parlare della confusione. Si potrebbe dire che se lo sfondo fosse oscuro, come si potrebbe dire di getto riguardo alla confusione, sarebbe tutto buio e non potrebbe sorgere alcuna esperienza conoscitiva.
La scienza moderna ha confermato recentemente che le reti neuronali tendono a fissare nelle aree del cervello, i pensieri prodotti con più frequenza fino a farli diventare abitudini ben radicate, come impronte che nel momento in cui si presentano le condizioni adatte, partono in automatico producendo i comportamenti relazionali.
In fondo è qualcosa che sapeva già anche la saggezza popolare e il Buddha 2500 anni fa diceva nel famoso sutra “Sui due generi di pensiero”: “Ciò a cui frequentemente pensiamo, quello diventa l’inclinazione della nostra mente”.
Su queste modalità di funzionamento della mente costruiamo le nostre idee su noi stessi e sul mondo le quali poi indirizzano tutti i comportamenti che mettiamo in atto. Quindi è evidente che la felicità o la sofferenza nella nostra vita dipendono strettamente da ciò che pensiamo.
La pratica che ci serve per diventare consapevoli di questi processi è la meditazione. 

Cos’è la meditazione
Il modo migliore per comprendere cos’è la meditazione è ricordare il significato della parola tibetana “gom” che significa appunto meditazione. “Gom” vuole dire “familiarizzare la mente” o in altre parole “abituare la mente” a qualcosa.
Se osserviamo onestamente, attraverso l’esperienza diretta, probabilmente scopriamo che nella nostra mente ci sono molti pensieri abitudinari e ripetitivi ai quali tendiamo ad aggrapparci e che ci appaiono particolarmente “veri”. Ripetendoli frequentemente diventano abitudini in grado di presentarsi automaticamente nelle situazioni più diverse. Alcuni dei pensieri più abitudinari e radicati nel nostro tempo sono per esempio le convinzioni di essere sbagliati o inadeguati che poi ritroviamo alla base dell’ansietà.
Quindi la mente funziona per abitudini ed è proprio sulla sua capacità di abituarsi che funziona anche la meditazione. La scienza moderna ha poi scoperto che nel cervello le connessioni neuronali sinaptiche, attivandosi sempre allo stesso modo a causa di pensieri reiterati sempre uguali, attivano continuamente certe aree del cervello creando gli automatismi di pensiero.
Ma al contrario delle abitudini spesso controproducenti acquisite nel corso della vita, in meditazione la mente si abitua a pensare e utilizzare frequentemente, fino a farle sorgere spontaneamente, quelle qualità che si ritengono utili per stare bene nella vita, nella relazione con se stessi, con gli altri e con l’ambiente. In particolare si medita o si familiarizza la mente per incrementare la capacità concentrativa, le qualità dell’amore, della compassione, dell’equilibrio interiore, la capacità di percepire profondamente la natura della realtà e quindi in definitiva “chi siamo” e “qual’è il significato”, la capacità di uscire dal sequestro dei pensieri ossessivi e dell’ego.
Queste sono alcune delle potenzialità della mente che si coltivano e incrementano con la familiarizzazione meditativa e il modo per familiarizzare è semplicemente quello di ripetere più e più volte le stesse cose.
Ad ogni modo credo che in definitiva la discriminante per definire utile una meditazione sia semplicemente il fatto che contribuisca a farci stare meglio nella vita, più liberi dalla paura, sereni e a nostro agio possibilmente anche nelle situazioni più difficili.
E’ proprio su questi presupposti sul funzionamento della mente che si fonda la pratica interiore che conduce all’emancipazione dal dolore e verso un’esperienza di libertà e pace.

 Cosa è la compassione
La psicologia buddista definisce la compassione come l’intenzione di liberare se stessi e gli altri dalla sofferenza. La compassione è la capacità di sentire la propria sofferenza e la sofferenza dell’altro senza farsene travolgere. E’ la forza interiore che ci aiuta a vedere le cose in una prospettiva di interdipendenza e interrelazione permettendoci di vedere più in là dello spazio limitato del nostro ego.
L’amore, nella definizione buddhista, è il desiderio di rendere felici se stessi e gli altri.
Queste attitudini vengono sviluppate attraverso insegnamenti e pratiche specifiche, che Mindfulness Project ha derivato dal buddismo integrandole con strumenti della psicologia e della psicoterapia principalmente di orientamento umanistico e transpersonale.
Nella tradizione buddista vengono considerate, insieme alla mindfulness, come le caratteristiche fondamentali dell’equilibrio psicologico e spirituale, come i fondamenti stessi della salute psichica e del benessere.
Tradizionalmente gli insegnamenti e le pratiche per implementare queste qualità comprendono in primo luogo l’apprendimento di un’attitudine di cura e sollecitudine verso se stessi, attitudine che viene poi portata come nutrimento e sostegno nelle relazioni.
Gli effetti dell’integrazione della mindfulness con la compassione e con la benevolenza si manifestano quindi in un miglioramento nella qualità della relazione con se stessi, in termini di pace interiore, benessere autentico, senso di autostima non egoico, fondato su una condizione di centratura, capacità di accoglienza e di apertura alla vita.
Questa condizione di centratura e di sano amore e rispetto per se stessi diventa una fondamentale qualità di presenza ed equilibrio nel rapporto con gli altri: un’attitudine relazionale sostenuta dalla consapevolezza e dalla compassione offre strumenti efficaci e sperimentati nel tempo nelle diverse tradizioni sapienziali per poter convivere pacificamente con gli altri esseri umani e per risolvere le dinamiche e le conflittualità che ogni relazione interpersonale necessariamente comporta.

                                                                                                                                Nanni Deambrogio   

Per informazioni sul Mindfulness Compassion Master (MCM) visita il sito http://mindfulnesscompassion.it/


lunedì 25 febbraio 2019

Un puntino sulla i di Mindfulness...


Questo blog è animato da un gruppo di counselor formati dalla Scuola Mindfulness Project di Milano, che ha sede presso l'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa). La nostra visione della Mindfulness, mutuata dalla Scuola e dal nostro percorso di praticanti del Dharma Buddhista, ci porta a mettere al centro e ad approfondire i temi della Consapevolezza (Sati), delle Quattro Dimore Divine (Benevolenza, Compassione, Gioia Condivisa ed Equanimità), del Nobile Ottuplice Sentiero anche in quelle situazioni nelle quali ci troviamo a contatto con la sofferenza umana, nostra e di coloro con cui a vario titolo entriamo in contatto.
Questa è la Mission della Mindfulness, come era stata formulata all'inizio dal suo fondatore, Jon Kabat-Zinn all'inizio degli anni '70, traendo ispirazione dalla sua pratica svolta nell’alveo delle principali tradizioni Buddhiste, Theravada, Tibetana e Zen.
Da allora molte cose sono cambiate e andate avanti. La Mindfulness è ora articolata in numerosissimi protocolli che vanno ad affrontare le più disparate psicopatologie, essendo stata "presa in carico" da un consistente drappello di psicologi cognitivo-comportamentali. Questa evoluzione, forse all'inizio inaspettata, ha contribuito ad una grandissima diffusione anche a livello di mass-media di termini come Mindfulness, Consapevolezza e di pratiche come la Meditazione, il rilassamento, il body-scan e così via. E questo non può che farci  piacere.
Però alcuni vecchi praticanti possono sentire l'esigenza di rimettere a posto il puntino sulla “i” di Mindfulness, e tra i tanti spunti in questo senso, volevo menzionare l'introduzione scritta da Jon Kabat-Zinn ad un libro, per ora disponibile solo in inglese: Mindfully facing desease and death (Windhorse Publications, 2016) di Ajahn Analayo. L'autore è un monaco nato in Germania nel 1962 e ordinato a Sri Lanka nel 1995. Nella sua vita alterna soggiorni in Germania (dove è professore all'Università di Amburgo), a Taiwan, a Sri Lanka e negli Stati Uniti, dato che di recente è diventato insegnante residente all'Insight Meditation Society di Barre (Massachusetts). Va però anche detto che ovunque si trovi, trascorre buona parte di ogni settimana in continua meditazione, in condizioni, in pratica, di ritiro monastico.
Nel corso degli anni si è andato affermando come una delle maggiori personalità al mondo nello studio del Buddhismo antico, cioè di quel corpus di testi che possono esser fatti risalire ad un periodo compreso tra il 500 e il 300 a.c., precedente quindi alla costituzione del Buddhismo Theravada che forma il background di pratiche affermate anche in Occidente come la Vipassana. E' autore anche di Satipatthana. Il cammino diretto per la realizzazione, (la cui lettura vivamente consigliamo) ora disponibile in formato elettronico presso il sito del Monastero Santacittarama a questo link: https://santacittarama.altervista.org/ebook/ebooks.htm?fbclid=IwAR3w1NWGeQwjzjbV4-fiCvFT_jqdktMZEt0XIKsPO479_xwPvfp2hbnNs3E#SATI.

Nell'introduzione a Mindfully facing... (del 2016) Kabat Zinn ricorda come alla fine degli anni '70 solo pochi testi erano a disposizione per l'approfondimento del Dharma sia dal punto di vista pratico che teorico. Ora le cose sono molto cambiate e l'affacciarsi sulla scena di maestri, studiosi e studiosi-praticanti come Ajahn Analayo consente di colmare molte lacune, compreso tutto ciò che gira attorno al tema "pratica del Dharma e vita quotidiana". Ci sembra di poter dire che la questione non sia solo quella di formulare protocolli e validarli scientificamente, ma, come scrive Kabat-Zinn:

"Come 'istruttori Mindfulness’ all'interno della medicina e della sanità moderne, noi dobbiamo insegnare sulla base della nostra personale esperienza, piuttosto che citare autorevoli fonti o testi Buddhisti o, a riguardo, prendere spunto da storie Buddhiste accattivanti o ispiratrici. Nondimeno, noi stessi dovremmo essere radicati nella nostra pratica del Dharma basata su gli insegnamenti classici di diverse tradizioni Buddhiste, mentre continuiamo ad imparare da, e a praticare con, Maestri di Dharma riconosciuti. Questo significa che noi dovremmo essere traduttori del Dharma e della pratica in un linguaggio universale che sia nondimeno congruente a quegli insegnamenti classici nella misura in cui riusciamo ad incarnarli nelle nostre vite. Nel MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction, il protocollo Mindfulness per la riduzione della sofferenza originale formulato alla fine da Kabat-Zinn) e negli altri interventi basati sulla Mindfulness che hanno proliferato nei decenni passati, ci si riferisce a questo come ad 'insegnare sulla base della propria pratica ed esperienza". Ma questo non significa insegnare quello che ognuno preferisce, né mettere su la propria personale versione del Dharma. Significa immergersi negli insegnamenti classici per consolidare e rafforzare il nostro impegno a vivere una vita risvegliata attraverso la pratica di Mindfulness e Heartfulness".

Sostenere l'aspetto "Dharma" della Mindfulness, ecco lo scopo di questo blog.

Lorenzo Giovannini