lunedì 25 febbraio 2019

Un puntino sulla i di Mindfulness...


Questo blog è animato da un gruppo di counselor formati dalla Scuola Mindfulness Project di Milano, che ha sede presso l'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa). La nostra visione della Mindfulness, mutuata dalla Scuola e dal nostro percorso di praticanti del Dharma Buddhista, ci porta a mettere al centro e ad approfondire i temi della Consapevolezza (Sati), delle Quattro Dimore Divine (Benevolenza, Compassione, Gioia Condivisa ed Equanimità), del Nobile Ottuplice Sentiero anche in quelle situazioni nelle quali ci troviamo a contatto con la sofferenza umana, nostra e di coloro con cui a vario titolo entriamo in contatto.
Questa è la Mission della Mindfulness, come era stata formulata all'inizio dal suo fondatore, Jon Kabat-Zinn all'inizio degli anni '70, traendo ispirazione dalla sua pratica svolta nell’alveo delle principali tradizioni Buddhiste, Theravada, Tibetana e Zen.
Da allora molte cose sono cambiate e andate avanti. La Mindfulness è ora articolata in numerosissimi protocolli che vanno ad affrontare le più disparate psicopatologie, essendo stata "presa in carico" da un consistente drappello di psicologi cognitivo-comportamentali. Questa evoluzione, forse all'inizio inaspettata, ha contribuito ad una grandissima diffusione anche a livello di mass-media di termini come Mindfulness, Consapevolezza e di pratiche come la Meditazione, il rilassamento, il body-scan e così via. E questo non può che farci  piacere.
Però alcuni vecchi praticanti possono sentire l'esigenza di rimettere a posto il puntino sulla “i” di Mindfulness, e tra i tanti spunti in questo senso, volevo menzionare l'introduzione scritta da Jon Kabat-Zinn ad un libro, per ora disponibile solo in inglese: Mindfully facing desease and death (Windhorse Publications, 2016) di Ajahn Analayo. L'autore è un monaco nato in Germania nel 1962 e ordinato a Sri Lanka nel 1995. Nella sua vita alterna soggiorni in Germania (dove è professore all'Università di Amburgo), a Taiwan, a Sri Lanka e negli Stati Uniti, dato che di recente è diventato insegnante residente all'Insight Meditation Society di Barre (Massachusetts). Va però anche detto che ovunque si trovi, trascorre buona parte di ogni settimana in continua meditazione, in condizioni, in pratica, di ritiro monastico.
Nel corso degli anni si è andato affermando come una delle maggiori personalità al mondo nello studio del Buddhismo antico, cioè di quel corpus di testi che possono esser fatti risalire ad un periodo compreso tra il 500 e il 300 a.c., precedente quindi alla costituzione del Buddhismo Theravada che forma il background di pratiche affermate anche in Occidente come la Vipassana. E' autore anche di Satipatthana. Il cammino diretto per la realizzazione, (la cui lettura vivamente consigliamo) ora disponibile in formato elettronico presso il sito del Monastero Santacittarama a questo link: https://santacittarama.altervista.org/ebook/ebooks.htm?fbclid=IwAR3w1NWGeQwjzjbV4-fiCvFT_jqdktMZEt0XIKsPO479_xwPvfp2hbnNs3E#SATI.

Nell'introduzione a Mindfully facing... (del 2016) Kabat Zinn ricorda come alla fine degli anni '70 solo pochi testi erano a disposizione per l'approfondimento del Dharma sia dal punto di vista pratico che teorico. Ora le cose sono molto cambiate e l'affacciarsi sulla scena di maestri, studiosi e studiosi-praticanti come Ajahn Analayo consente di colmare molte lacune, compreso tutto ciò che gira attorno al tema "pratica del Dharma e vita quotidiana". Ci sembra di poter dire che la questione non sia solo quella di formulare protocolli e validarli scientificamente, ma, come scrive Kabat-Zinn:

"Come 'istruttori Mindfulness’ all'interno della medicina e della sanità moderne, noi dobbiamo insegnare sulla base della nostra personale esperienza, piuttosto che citare autorevoli fonti o testi Buddhisti o, a riguardo, prendere spunto da storie Buddhiste accattivanti o ispiratrici. Nondimeno, noi stessi dovremmo essere radicati nella nostra pratica del Dharma basata su gli insegnamenti classici di diverse tradizioni Buddhiste, mentre continuiamo ad imparare da, e a praticare con, Maestri di Dharma riconosciuti. Questo significa che noi dovremmo essere traduttori del Dharma e della pratica in un linguaggio universale che sia nondimeno congruente a quegli insegnamenti classici nella misura in cui riusciamo ad incarnarli nelle nostre vite. Nel MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction, il protocollo Mindfulness per la riduzione della sofferenza originale formulato alla fine da Kabat-Zinn) e negli altri interventi basati sulla Mindfulness che hanno proliferato nei decenni passati, ci si riferisce a questo come ad 'insegnare sulla base della propria pratica ed esperienza". Ma questo non significa insegnare quello che ognuno preferisce, né mettere su la propria personale versione del Dharma. Significa immergersi negli insegnamenti classici per consolidare e rafforzare il nostro impegno a vivere una vita risvegliata attraverso la pratica di Mindfulness e Heartfulness".

Sostenere l'aspetto "Dharma" della Mindfulness, ecco lo scopo di questo blog.

Lorenzo Giovannini

mercoledì 13 febbraio 2019

I tre livelli della Mindfulness Dharma Oriented


Sulla Mindfulness

Al di là delle diverse tecniche e metodologie, la mindfulness consiste in una sollecita e non giudicante attenzione al flusso della coscienza, dei pensieri, delle emozioni e degli stati mentali. Coltivare questa attitudine aperta e non giudicante significa scoprire spazi interiori di sorprendente calma mentale e accoglienza, e realizzare la capacità di rapportarsi alle esperienze interiori e relazionali in modo sempre più aperto, maturo e sensibile.
Mindfulness è la capacità di accogliere ogni esperienza con la forza della pace mentale e con il coraggio del cuore, permettendoci di uscire dal sequestro dei nostri stessi pensieri.

Mindfulness in inglese, approssimativamente tradotto con consapevolezza in italiano, è un termine che tenta di avvicinarsi a “Sati” che nell’antica lingua pali indica uno stato mentale di attenzione nel momento presente che in quanto tale ha la qualità di essere libera da pensieri condizionanti che portano sofferenza. Si tratta quindi di una condizione di eccezionale libertà certamente desiderabile per ogni individuo.

Leggendo questa sintetica descrizione sembra qualcosa di semplice e facile da ottenere, ma l’esperienza ci dice che non è così poiché acquisire l’abilità a comprendere, intuire e specialmente rimanere nella “mindfulness” richiede un lungo e paziente addestramento. Inoltre è necessario che la “mindfulness” si accompagni ad altre qualità interiori come l’amorevole gentilezza e la compassione senza le quali rischia di perdere la sua efficacia.

I tre livelli della Mindfulness: una necessità di chiarificazione

Il modello Mindfulness Project integra i diversi livelli della mindfulness e una visione globale della mente e dei fattori mentali salutari. Nel panorama attuale dei diversi approcci che utilizzano la mindfulness possiamo distinguere tre differenti finalità della consapevolezza:

1. Mindfulness per investigare sulla storia personale.


In primo luogo si può parlare di consapevolezza ed investigazione con riferimento al lavoro comune della psicoterapia, intendendo una ricerca focalizzata sulla storia personale e sulla narrazione, avendo come obbiettivo la comprensione di: “chi sono io, da dove vengo, di che cosa ho bisogno, dove sto andando”, delineando la condizione personale e interpersonale della mia esperienza e rafforzando il senso di autostima, autoefficacia e in genere quelle
che nella psicoanalisi vengono definite le “funzioni dell’Io”.

2.  Mindfulness per decentrarsi dagli schemi mentali.


Si può poi intendere ed utilizzare la consapevolezza come nei diversi programmi di sviluppo della mindfulness attualmente diffusi in occidente, con l’intento di aiutare le persone a sviluppare migliori capacità di gestione delle emozioni e dei pensieri, per far fronte allo stress, per decentrarsi dagli schemi mentali e accedere a un certo grado di equilibrio emotivo. In questo secondo caso la mindfulness riguarda non tanto il contenuto dell’esperienza personale quanto il processo di funzionamento della psiche e il modo per rendere tale processo funzionale e salutare.

Si tratta di un livello metacognitivo, in cui imparare a riconoscere il modo in cui operano i pensieri nel rapporto con il corpo e con le emozioni, e trovare in questo modo una capacità generale di non-reattività e di resilienza. Entrambi i primi due livelli si riferiscono a una dimensione della mindfulness che potremmo definire psicologica.

3     3.  Deep Mindfulness per sviluppare conoscenze nel livello trans personale.

Infine si può intendere e utilizzare la mindfulness in una modalità più vicina alle sue origini, con riferimento a livelli più profondi del processo investigativo e del processo della concentrazione e dell’assorbimento meditativo. In questo caso si potrebbe parlare di deep mindfulness, di un processo significativo di approfondimento dell’esperienza meditativa, in cui l’investigazione è portata a livelli sempre più sottili e raffinati, direzionandola verso lo sviluppo di conoscenze intuitive relative alla natura della realtà dell’esperienza umana. Si tratta quindi di un diverso livello della mindfulness, che possiamo definire transpersonale, il cui focus è la visione profonda delle caratteristiche universali dei fenomeni (l’impermanenza, l’insoddisfazione/sofferenza, l’insostanzialità del sé o vacuità), con una finalità più vicina al corpus delle pratiche meditative buddiste, che comprende non solo l’equilibrio emotivo ma anche la possibilità di sviluppare le più elevate potenzialità della mente/cuore, in un cammino progressivo di emancipazione dalla sofferenza e di realizzazione di dimensioni di benessere, di pacificazione e di saggezza sempre più raffinate. In questo senso sati viene considerata sinteticamente come “una saggezza o intuizione profonda della effettiva natura della realtà che include tutti i fenomeni esistenti “. Sati quindi viene inteso nella sua originaria accezione di saggezza intuitiva, anche denominata “Vipassana” che significa “Visione profonda” e che è considerata l’unico effettivo modo per recidere alla radice le cause della sofferenza.
Questo terzo livello transpersonale prevede inoltre l’integrazione con le pratiche per lo sviluppo delle qualità dell’essere che sostengono e danno profondità al cammino psicologico e spirituale, la compassione, la gentilezza amorevole, la gioia, l’equanimità, ecc. Si tratta di un insieme di metodologie, derivate principalmente dalle diverse tradizioni buddiste, che Mindfulness Project sin dalla sua costituzione ha adottato e che la ricerca scientifica sta sempre più dimostrando essere efficaci sul piano clinico in termini di salute e benessere psicologici.

L’approccio Mindfulness Dharma Oriented.

Il metodo di Mindfulness Project integra i tre livelli della mindfulness senza trascurare nessuno di essi, ma con una significativa apertura verso i livelli che abbiamo definito transpersonali, con l’intento di un processo graduale di maturazione psicologica verso i più profondi livelli di crescita e autorealizzazione transegoica.

La Mindfulness Dharma oriented vuole rendere un effettivo omaggio alla antica saggezza del Buddha e alle diverse tradizioni cliniche e spirituali, da cui trae ispirazione, e al diritto di tutti gli esseri viventi di acquisire una via effettiva alla liberazione dalla sofferenza e all’ottenimento di una stabile pace interiore.

In particolare, l’approccio si riferisce ai modelli della Psicologia Umanistica per quanto riguarda i primi due livelli di utilizzo della mindfulness, mentre per quanto riguarda il terzo e fondamentale livello prende ispirazione dagli antichi approcci “Vipassana” della tradizione Theravada di provenienza Tailandese e Birmana, da quello Zen di Thich Nath Hanh e da quello della “Pura consapevolezza” delle scuole tibetane.

Infine l’integrazione della mindfulness con ulteriori pratiche per lo sviluppo delle qualità dell’essere come amore, equilibrio e compassione ha come riferimento sia le prime due tradizioni, sia in particolare la tradizione tibetana con la splendida figura del bodhisattva che porta in sé la qualità della “Grande compassione” che include tutti gli esseri.

Questo è l’elemento di ispirazione che contraddistingue i percorsi formativi Mindfulness Dharma oriented e che opera come il fulcro centrale attorno al quale le diverse metodiche di sviluppo della mindfulness vengono integrate.

Il fattore mentale Sati (Mindfulness).

Che cosa indica la parola sati, tradotta generalmente con l’inglese mindfulness?

E’ un fattore mentale, una qualità della mente che può essere coltivata e sviluppata, assieme ad altri fattori, come la concentrazione e la tranquillità, attraverso la meditazione.

Mindfulness è la consapevolezza che si attiva attraverso il portare attenzione al processo dell’esperienza psicocorporea così come si svolge momento per momento.
La consapevolezza implica un’attenzione intenzionale, bilanciata, non giudicante, centrata nel presente e focalizzata in profondità sul manifestarsi ininterrotto dei fenomeni della mente e del corpo.
Le caratteristiche peculiari della mindfulness - descritte nel modello dell’Abhidhamma con il termine consapevolezza (sati, nella lingua pali, mindfulness oppure anche il più generico “awareness” in inglese, che generalmente viene reso come ‘presenza mentale’)- attengono ad uno specifico fattore mentale costruttivo e salutare che, integrandosi con altri fattori mentali come la calma, la stabilità, la saggezza, la concentrazione, l’equanimità e lo sforzo, rende la mente vigile, sveglia, lucida e capace di conoscere direttamente l’oggetto, cioè capace di entrare in contatto diretto e profondo con l’esperienza immediata.

La consapevolezza è definita come potere di osservazione e come capacità di ritornare sull’oggetto, di ritornare nel momento presente, evitando la distrazione e focalizzando l’attenzione in modo diretto e pieno sull’oggetto di meditazione.

La parola sanscrita smrti, che corrisponde al pali sati, ha diversi interpretazioni, apparentemente contrapposte: letteralmente significa ricordo, ma al tempo stesso può anche essere intesa come attenzione.
I due significati si intrecciano nel processo di portare la mente a essere vigile e a ‘conoscere’ la realtà del corpo e della mente, in quanto questo comporta un continuo riattivare l’attenzione verso l’oggetto meditativo e in generale verso ogni attività che si sta svolgendo e si riferisce quindi al processo di risvegliarsi al presente, quindi a un ricordo del presente.
Un ulteriore sfumatura della parola smrti, ci viene offerta da Corrado Pensa nel testo “Intelligenza spirituale”, edito da Ubaldini, in cui sottolinea il fatto che dalla radice smr derivi anche la parola smarana che significa amore, un risvegliarsi con amore alla vita.

Le caratteristiche della consapevolezza profonda.

La consapevolezza più profonda, sati, coltivata con la meditazione racchiude in sédiverse caratteristiche fondamentali:

  • Ha un aspetto di stabilità, di pace, di calma e di imperturbabilità.
  • Ha un carattere fondamentale di chiarezza e lividezza, di lucidità mentale e vigilanza.
  • E’ non concettuale ed intuitiva, non opera attraverso la mente concettuale, le parole, i pensieri, ma attraverso  processi di elaborazione preverbali.
  • È non egoica, è presenza in sé piuttosto che presenza di sé.
  •   Ha un carattere di non superficialità e di contatto immediato, intimo e pieno con l’oggetto di osservazione. Questo aspetto si riferisce alla caratteristica attiva della  consapevolezza.
  •  E’ intesa come saggia in quanto direzionata all’osservazione delle caratteristiche fondamentali dei fenomeni (transitorietà, sofferenza e vacuità del sè) e diretta alla comprensione intuitiva delle verità fondamentali (Quattro Nobili Verità).
  •  Ha un aspetto fondamentale di sollecitudine, di prontezza, di capacità energica di penetrare nella realtà dei fenomeni quando essi si manifestano; un aspetto trasformante, perché trasforma l’impatto delle esperienze mentali e trasforma lo stato della coscienza.
  •  Ha un carattere di calore, di cura, accompagnandosi alla pace, alla compassione, alla fiducia, alla spaziosità e all’amore.


sabato 26 gennaio 2019

Alan Wallace e la Mindfulness Dharma Oriented.

La Mindfulness ispirata alla psicologia buddhista

Intervista a B. Alan Wallace realizzata in occasione di un'incontro promosso dalla associazione Mindfulness Project presso l'Istituto ILTK di Pomaia. 22 maggio 2012

Alan Wallace è un importante studioso e maestro Buddhista che ha scritto e tradotto numerosi testi della tradizione Buddhista. Laureato in fisica presso l’Amherst College e con un dottorato di ricerca in studi religiosi alla Standford, Wallace dedica le sue energie allo studio della tradizione filosofica e contemplativa Buddihsta in relazione alla scienza contemporanea. Wallace è fondatore e presidente del Institute for Conscious Studies a Santa Barbara in California.


In questa intervista B. Alan Wallace tratta in modo approfondito l’essenziale e spesso mal interpretata pratica meditativa della mindfulness. La nostra scarsa comprensione del termine “mindfulness”, argomenta Wallace, ha profonde implicazioni per la nostra pratica meditativa e può allontanarci dall’obiettivo ultimo della pratica Buddhista – la liberazione dalla sofferenza e dalle sue cause soggiacenti.

Negli scorsi mesi ha dialogato con vari maestri Buddhisti riguardo alla mindfulness. Che cosa l’ha condotta ad interessarsi in modo particolare a questo argomento?

Per anni sono stato sorpreso nel constatare le discrepanze esistenti tra la descrizione della mindfulness data da molti degli odierni maestri Vipassana e dagli psicologi che ad essi fanno riferimento da un lato, e la definizione di mindfulness che troviamo nella letteratura Buddhista Theravada e Mahayana dall’altro. Quando trenta anni fa notai queste discrepanze pensai che fossero dovute alle differenze tra il Buddhismo Theravada e Mahayana, ma approfondendo la questione mi resi conto che in realtà le tradizioni Theravada e Mahayana sono in generale in accordo e che è invece la visione contemporanea sulla mindfulness che si è distaccata da entrambe le tradizioni.

In che modo le interpretazioni odierne differiscono da quelle tradizionali?

Mentre il termine mindfulness (sati) è spesso inteso come mera attenzione, le mie conversazioni e recenti studi sul lavoro di monaci importanti quali Bhikku Bodhi e Bhikkhu Analayo e Rupert Gethin presidente della Pali Text Society, mi hanno condotto a concludere che la mera attenzione corrisponde più precisamente al termine pali manasikara che è comunemente tradotto come “attenzione” o “presenza mentale”. Questo si riferisce ai primi istanti in cui prendiamo coscienza di un oggetto; secondo il Buddhismo quell’attimo prima di riconoscere, identificare e concettualizzare l’oggetto non è un fattore mentale salutare ed è eticamente neutro. Il vero significato di sati, d’altro canto, è ricordo e “non dimenticanza”. Ciò include la memoria retrospettiva delle cose del passato e in prospettiva il ricordarsi delle cose da fare nel futuro e anche la rievocazione, in un mantenimento continuo, dell’attenzione sulla realtà presente. L’opposto della mindfulness è la tendenza a dimenticare, quindi, per esempio, la mindfulness applicata al respiro implica continua e ferma attenzione al respiro. Mindfulness può essere usata per sostenere la mera attenzione (manasikara) ma in nessun luogo nella tradizione buddhista la mindfulness è equiparata a tale forma d’attenzione.

Il Buddha ha mai menzionato il termine “manasikara” nelle sue indicazioni riguardo
la mindfulness?

Non che io sappia. Il termine manasikara appare in modo rilevante nei trattati di psicologia Buddhista basati sull’Abhidhamma. Nelle indicazioni del Buddha su samatha (meditazione della calma) e vipassana (meditazione di insight), i termini sati e sampajanna appaiono frequentemente. Sampajanna è generalmente tradotto dal pali come “chiara comprensione”, ma questo tipo di consapevolezza ha sempre un aspetto legato alla riflessione: invariabilmente essa implica uno stato di monitoraggio dello stato del proprio corpo e della propria mente, a volte anche in relazione al proprio ambiente. Per questa ragione preferisco tradurre il termine come “introspezione” che implica un’osservazione in cui si discernono non solo le attività della mente ma anche quelle fisiche e verbali.

Quali sono i rischi di considerare la meditazione solamente un processo di mera
attenzione?

Quando la mindfulness è equiparata alla “pura attenzione”, questo può facilmente condurre all’errata concezione secondo la quale praticare la mindfulness non ha niente a che fare con l’etica o con l’incremento di uno stato mentale salutare e con l’attenuazione degli stati mentali non salutari. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.
Nell’Abhidhamma in pali, dove la mindfulness è annoverata tra i fattori mentali salutari, essa non è descritta come pura attenzione bensì come fattore mentale che distingue chiaramente gli stati mentali salutari dagli stati mentali e comportamenti non salutari. Essa (la mindfulness) è utilizzata nel sostegno degli stati mentali salutari e per contrastare quelli non salutari.

Qual è dunque il ruolo della pura attenzione?

Lo sviluppo della pura attenzione è utile in molti modi diversi ed esistono ricerche in rapida espansione che ne attestano i benefici sia per disturbi psicologici che fisici, ma non è corretto metterla sullo stesso piano della mindfulness, ed è un’errore ancora più grave credere che a questo si riduca la meditazione vipassana. Se così fosse, tutti gli insegnamenti del Buddha sull’etica, su samadhi e sulla saggezza, sarebbero irrilevanti. Troppo spesso persone che ingenuamente ritengono che la meditazione si riduca alla pura attenzione respingono il resto del Buddhismo come “aria fritta”. Gli insegnamenti fondamentali vengono messi da parte al posto dei propri pregiudizi. 

Alcuni maestri affermano che la pura consapevolezza (awareness) previene automaticamente la nascita di pensieri non salutari. Si può riscontrare tale concezione nei testi?

La pura consapevolezza, in quanto calma e consapevolezza non reattiva del proprio oggetto di meditazione, ha un ruolo cruciale nella pratica di samatha, la quale allevia gli stati mentali affliggenti quali il desiderio irrefrenabile, l’avversione, la fiacchezza, l’agitazione e il dubbio. Vi sono nei testi buddhisti resoconti di persone che hanno trovato profonda e liberante consapevolezza attraverso ciò che appare essere la pura attenzione. Forse il caso più conosciuto è quello dell’asceta errante Bahiya. Dopo aver raggiunto uno stadio avanzato di contemplazione egli riconobbe di non aver ancora raggiunto la liberazione e quindi cercò la guida del Buddha. Il Buddha gli disse: “In ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito ci sia solo ciò che è udito, in ciò che è percepito ci sia solo ciò che è percepito, in ciò che è conosciuto ci sia solo ciò che è conosciuto. Così dovrai praticare”. Bahiya immediatamente raggiunse la liberazione. In base a questo resoconto si potrebbe facilmente concludere che la pura attenzione è tutto ciò di cui abbiamo bisogno nella meditazione di consapevolezza. Dobbiamo però ricordarci che il caso di Bahiya è del tutto eccezionale. Quando incontrò il Buddha, aveva già raggiunto un livello molto alto di maturità spirituale, tale da necessitare solo queste istruzioni essenziali per purificare la sua mente da tutte le afflizioni mentali. Per tutti noi la ricca diversità di teorie e pratiche nel Buddhismo può essere di grande aiuto. La pura attenzione può essere di grande aiuto in questo ed in determinate circostanze può anche prevenire il sopraggiungere di pensieri non salutari! Per esempio le meditazioni per lo sviluppo delle quattro sublimi virtù di gentilezza, amorevolezza, compassione, gioia compartecipe ed equanimità, sono tutte praticate con la mindfulness ma non con la pura attenzione. La pura attenzione non è una pratica completa e da sola può essere di aiuto ma anche molto limitante.

Le differenti definizioni della mindfulness hanno un’implicazione pratica? O si tratta
solo di una questione semantica?

La questione supera notevolmente l’aspetto semantico. Nell’inglese di tutti i giorni il termine “mindfulness” significa semplicemente essere attenti o vigili. Il termine “sati” ha una connotazione molto più ricca, quindi a coloro che intendono praticare la meditazione Buddhista si consiglia di acquisire una comprensione quanto più larga e approfondita del termine e degli altri termini connessi basandosi sulle fonti più autorevoli a disposizione. Altrimenti la meditazione Buddhista si sminuisce rapidamente in una vaga concezione di “essere qui ed ora” nella quale la straordinaria profondità e ricchezza delle tradizioni meditative Buddhiste vengono perdute.

Sarebbe d’aiuto dare una definizione unica del termine mindfulness?

Nel rispetto dell’integrità di ogni singola tradizione sarebbe un errore comprimere i diversi significati in un unico stampo. È importante rimanere sensibili alle differenze tra le diverse scuole, ma per il momento, visto che i discorsi attribuiti al Buddha e i commentari concordano sul significato del termine mindfulness, questo dovrebbe essere riconosciuto dai Buddhisti di ogni scuola.
Il Buddha definì mindfulness, o sati, come la facoltà di rievocare eventi passati. Nel dialogo tra il Buddha e Re Milinda, l’arhat Nagasena commentò che la mindfulness permette di distinguere tra tendenze salutari e non salutari, permettendo a colui che contempla di coltivare le prime e di respingere le ultime. Nella classica opera del quinto secolo Il cammino della completa purificazione, Buddhaghosa, il più autorevole commentatore della tradizione Theravada, inizia la spiegazione evocando la stessa definizione data dal Buddha e afferma che è la mindfulness che permette di rievocare gli eventi passati. Scrive Buddhaghosa, – la caratteristica della mindfulness è di essere “non
oscillante”, in altri termini la mente è fermamente concentrata sull’oggetto della propria attenzione -. La sua proprietà è “non cedevole”, indicando quindi che la mindfulness permette di mantenere l’attenzione senza dimenticanze. Le sue manifestazioni sono la “vigilanza” o l’essere “faccia a faccia con l’oggetto” implicando quindi che “la corda della mindfulness” tiene l’attenzione fermamente salda sull’oggetto scelto, sia che l’oggetto in questione sia unico e relativamente stabile, ma anche se si tratta di una successione di eventi correlati. La base della mindfulness è la “forte osservazione”; tale descrizione ne suggerisce le qualità di discernimento che sono cruciali nell’applicare la mindfulness al corpo e agli altri oggetti dei Quattro fondamenti della consapevolezza. In sintesi, commenta Buddhaghosa, la mindfulness dovrebbe essere vista come un traguardo in quanto condizione dell’essere situata nell’oggetto e come un guardiano che controlla le porte della percezione. Sulla base di questo classico ed autorevole resoconto possiamo facilmente vedere perché la mindfulness è essenziale per il samatha e vipassana ed in generale per la pratica spirituale. Tradizionalmente samatha è il primo modo per coltivare la mindfulness, mentre nella pratica vipassana si applica la mindfulness e la saggezza (pañña) all’esame del corpo, della mente e di altri fenomeni.
Nel ruolo psicologico di rievocazione, sati è una facoltà mentale della vita quotidiana. In quanto fattore mentale salutare, nel satipatthana (Fondamenti della consapevolezza), la mindfulness è applicata alla contemplazione della natura del corpo, delle sensazioni, degli stati mentali, e dei fenomeni in genere. Alcuni degli esercizi nel satipatthana, come la contemplazione delle parti del corpo, o per esempio la pratica di percorrere mentalmente le sensazioni fisiche, non possono essere fatti con la pura attenzione. In tutti i casi, la mindfulness nella pratica spirituale è applicata con intelligenza e discernimento, spesso osservando i fenomeni all’interno delle categorie Buddhiste quali i cinque aggregati e così via. Questo è evidente nel principale discorso del Buddha su satipatthana, che va ben al di là della pura attenzione.

Qual è la differenza tra mindfulness e retta mindfulness? Esiste una mindfulness erronea?

Un cecchino nascosto nell’erba che aspetta di sparare al proprio nemico può essere tranquillamente attento a ciò che accade ad ogni istante intorno a lui, ma poiché la sua intenzione è di uccidere sta praticando una mindfulness erronea. In realtà sta praticando la pura attenzione senza una componente etica. Di norma la giusta mindfulness deve essere integrata con sampajañña (introspezione che implica chiara comprensione) ed è solo quando queste due sono applicate insieme che la retta mindfulness può raggiungere il suo scopo. Nello specifico, nella pratica dei Quattro fondamenti della consapevolezza, la retta mindfulness deve manifestarsi nel contesto dell’intero Nobile Ottuplice Sentiero. Come ho commentato prima, questa deve essere guidata da una retta comprensione, motivata da una retta intenzione, radicata nell’etica, e coltivata insieme al retto sforzo. Senza la retta comprensione e la retta motivazione si potrebbe praticare la pura attenzione senza che essa si sviluppi nella retta mindfulness. Pertanto, la pura attenzione in nessun modo riassume il significato completo di vipassana ma rappresenta solo la fase iniziale dello sviluppo meditativo della retta mindfulness.

C’è una tendenza in certi ambienti a favorire la pratica di vipassana piuttosto che la
pratica di samatha. Potrebbe dire qualcosa a questo riguardo?

Il termine “samatha” tradotto come tranquillità o quiescenza meditativa, si riferisce ad un ampio spettro di pratiche per il raggiungimento di samadhi, ovvero l’attenzione molto acuta o concentrazione univoca. Sia la mindfulness sia l’introspezione fanno parte di tutte le pratiche di samatha e la consapevolezza che si raggiunge attraverso tali pratiche può essere applicata a qualsiasi tipo di oggetto, piccolo, grande, semplice, complesso, relativamente stabile o mutevole. La pratica di samatha è spesso trascurata o emarginata in molte scuole Buddhiste contemporanee tra le quali Zen, Theravada, e il Buddhismo Tibetano. Con la sua enfasi su “l’illuminazione improvvisa” la tradizione Zen non insegna samatha come una pratica separata, piuttosto la incorpora nella pratica zazen dello “stare seduti” e nelle meditazioni sui koan.
La stessa tendenza sembra essere in voga nella tradizione vipassana contemporanea che toglie enfasi a samatha, ma nella letteratura tradizionale Mahayana e Theravada la pratica di samatha ha un ruolo centrale nella consueta triade etica, equilibrio mentale (che è il significato più ampio del termine “samadhi”), e saggezza. Inoltre il ventaglio delle pratiche Buddhiste insegnate nella categoria samadhi è più ampio del mero sviluppo di una concentrazione univoca. Queste pratiche sono dirette allo sviluppo di stati di salute mentale e di equilibrio eccezionali, e tutte le meditazioni introspettive sono praticate in modo ottimale proprio su questa base. Senza la mindfulness l’equilibrio mentale non può essere sviluppato. E senza la stabilità e la vivida attenzione ottenuta attraverso la pratica di samatha le pratiche di saggezza Buddhista sono destinate ad essere inficiate dalla agitazione mentale, dalla ottusità e da altre forme di disturbo. L’etica e l’equilibrio mentale si sostengono reciprocamente proprio come samatha e vipassana.

La pratica della mindfulness è normalmente associata alla tradizione Theravada. Qual è il suo ruolo nella pratica Vajrayana?

La mindfulness, in quanto facoltà di sostenere una continua attenzione sull’oggetto scelto, è indispensabile per tutte le forme di meditazione. Nei vari esercizi di visualizzazione inclusi nelle meditazioni Vajrayana, la mindfulness permette di sostenere tali immagini con chiarezza e stabilità. Vajrayana include anche le meditazioni Mahamudra e Dzogchen e qui ancora una volta l’attenzione stabile, luminosa e non reattiva è fortemente sottolineata come lo è nello Zen. Ma la base per queste pratiche di saggezza è ancora nel coltivare un equilibrio mentale includendo l’attenzione calma e vivida.
Nelle autentiche pratiche Mahamudra, per esempio, si è formati inizialmente agli insegnamenti delle Quattro Nobili Verità incluse le pratiche dell’etica, dell’equilibrio mentale e della saggezza. In seguito ci si inoltra negli insegnamenti Mahayana, specialmente in quelli dell’ideale del Bodhisattva, gli insegnamenti della “Perfezione della saggezza” sulla vacuità e sul sorgere dipendente, e sulla natura di Buddha. Su questa base si è iniziati al Buddhismo Vajrayana e alle sue specifiche pratiche per la trasmutazione del proprio corpo, delle proprie parole e della propria mente nel corpo, nelle parole e nella mente di un buddha. Infine si è formati nella specifica prospettiva, meditazione e modo di vita della tradizione Mahamudra. La meditazione implica unaradicale forma di “non fare” nel quale si riposa in una consapevolezza non strutturata, lasciando andare l’attaccamento a tutta una serie di sensazioni apparenti, ricordi e pensieri. Come conseguenza di tale pratica, tutte le esperienze gradualmente si manifestano in aiuto al proprio risveglio spirituale ed infine tutti i fenomeni sono percepiti come pura espressione della coscienza primordiale, ovvero della natura di Buddha. La prima fase nella meditazione Dzogchen, conosciuta come “breakthrough”, è molto simile al Mahamudra e a prima vista sembrano identiche alla pura attenzione praticata dalle moderne tradizioni Vipassana e Zen. Ma come abbiamo sottolineato nella discussione sulla retta mindfulness il contesto della propria pratica è determinante e i metodi che sembrano apparentemente uguali possono avere profonde e soggiacenti differenze. Tradizionalmente i monaci Zen, per esempio, si formavano in ambito etico studiando per anni i grandi trattati della loro tradizione prima di dedicarsi alle meditazioni su un singolo oggetto. Lo stesso è spesso vero nel Buddhismo Theravada e nel Buddhismo Tibetano. Ognuna di queste tradizioni propone una pratica di meditazione all’interno del contesto della propria visione del mondo e profondamente radicato nella prospettiva Buddhista.

Quali sono alcuni tratti specifici nella visione del mondo nel Mahayana e nel Vajrayana che rendono il loro uso della mindfulness diversa rispetto alla tradizione Theravada?

La retta mindfulness emerge solo nel contesto della retta visione e della retta intenzione e ognuna di queste scuole Buddhiste ha la propria interpretazione di questi due ultimi fattori del Nobile Ottuplice Sentiero. Nel Buddhismo Theravada la retta visione si concentra sui tre temi dell’impermanenza, della sofferenza e del non-sé. La retta intenzione è una motivazione per praticare basandosi sul riconoscimento della natura e delle cause della sofferenza e sul desiderio di raggiungere la liberazione definitiva da tutte le afflizioni mentali che sono alla radice della sofferenza.
Alcuni maestri vipassana contemporanei enfatizzano raramente la retta visione o la retta intenzione, ed io credo che sia improbabile che la pratica della sola mindfulness conduca a realizzazioni trascendenti. Come ho detto in precedenza, se la mindfulness nella sua accezione odierna fosse tutto ciò che è necessario per raggiungere la liberazione, allora il resto degli insegnamenti del Buddha sarebbero privi di motivazione. Nel Buddhismo Mahayana la retta mindfulness è praticata insieme alla visione della vacuità, dell’originazione interdipendente e della natura di Buddha, e con l’intenzione di raggiungere la perfetta illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Senza una tale visione e motivazione si afferma che la pratica della mindfulness e tutte le relative forme di meditazione non condurranno alla Buddità. Nella tradizione Vajarayana la retta visione include la “visione pura” che permette di percepire tutti i fenomeni come espressione della coscienza primaria; la retta intenzione è la motivazione altruistica di raggiungere l’illuminazione il più presto possibile per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. Questa è la stessa motivazione che troviamo nella pratica Mahayana, ma con un maggiore senso di urgenza.
In ognuno di questi casi la mindfulness trova uno specifico sapore, proprio come quando viene praticata all’interno di una visione materialista e con la motivazione utilitaristica di alleviare lo stress e trovare maggiore felicità esclusivamente in questa vita. Quando la pura attenzione è praticata all’interno del contesto della visione moderna e materialista, non c’è ragione di pensare che essa avrà gli stessi risultati di una pratica inserita nel contesto del Buddhismo Theravada, Mahayana, o Vajrayana.
Negli ultimi secoli il Buddhismo ha attraversato una sorta di “Riforma protestante” con il declino del Buddhismo monastico e con la diffusione della meditazione tra i Buddhisti laici. È meraviglioso che al giorno d’oggi molte persone pratichino la meditazione Buddhista quotidianamente. Ma è importante non sminuire il valore di anni dedicati allo studio e alla pratica della meditazione come la mera vocazione di una singola persona. In fondo, chi di noi affiderebbe le proprie cure dentistiche ad una persona che ha solo fatto una serie di workshop dentistici e che ha lavorato per circa un’ora al giorno? Così dovremmo essere ancora più cauti nell’affidare le nostre menti a maestri di meditazione che non hanno alle spalle anni di formazione professionale nella teoria e nella pratica della meditazione. Tutto dipende dalla visione e dalla motivazione che abbiamo rispetto alla meditazione. Se ciò che ci interessa è una sorta di terapia meditativa che ci aiuti ad allentare lo stress, o ad affrontare problemi psicologici personali e condurre una vita più equilibrata, non abbiamo bisogno di un maestro di meditazione altamente istruito. Ma se i nostri obiettivi sono più alti – liberarci dal ciclo dell’esistenza e raggiungere l’illuminazione – allora dobbiamo affidarci a coloro che hanno fatto anni di formazione nella teoria e nella pratica della meditazione. Tradizionalmente i monaci hanno avuto un ruolo determinante in questo senso e mi auguro che continueranno ad averlo anche in futuro. Ma perché ciò possa accadere i monaci avranno bisogno del sostegno dei Buddhisti laici, proprio come accadeva in passato.

Con il Buddhismo “part-time” delle nostre comunità occidentali abbiamo meno probabilità di esprimere dei maestri illuminati?

Se avessimo solo scienziati che svolgono la loro professione “part-time” allora nessun ramo della scienza si sarebbe sviluppato all’odierno livello di sofisticazione. Allo stesso modo, se avessimo solo medici e psicoterapeuti part-time la nostra salute mentale e fisica sarebbe ben peggiore. Lo stesso vale se immaginiamo un mondo con meccanici, elettricisti, contadini ed insegnanti che lavorano part-time. Se lasciassimo tutte le principali professioni nelle mani di coloro che le svolgono in modo amatoriale, la civiltà moderna ne sarebbe profondamente impoverita.
Il cammino verso il risveglio spirituale è la maggiore sfida tra le attività umane ed implica le più profonde trasformazioni per passare da una creatura misera e disillusa ad un saggio illuminato. Se vogliamo che ci siano maestri illuminati nella nostra moderna società, allora coloro che intendono dedicarsi con tutto il cuore a questo cammino – percorrendo o meno la via monastica – dovrebbero ricevere tutto il sostegno possibile. Questo sarebbe il nostro maggior dono alle generazioni future.