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giovedì 2 gennaio 2020

La Deep Mindfulness e le qualità dell’essere


















di Antonella Nardone 

L'insegnante di Mindfulness, sia che si definisca istruttore, facilitatore, amico spirituale o guida è un riferimento per la consapevolezza del praticante che gli accorda la sua fiducia: in tutti i casi egli si prende la responsabilità di sostenerlo e di aiutarlo a lavorare sulla mente. Il suo compito, se svolto con generosità, interesse, onestà intel­lettuale e amorevole gentilezza, diventa una grande opportunità e una risorsa per la crescita interiore dell’altro quanto della propria.

Socrate indica la via dell’in­segnante e nel dire "l’insegnante mediocre racconta, il bravo insegnante spiega, l’insegnante eccellente dimostra, il Maestro ispira" distingue diversi livelli di insegnanti che non derivano dai diplomi ottenuti ma dalla qualità del loro "essere".

L’insegnante di consapevolezza, che opera nel campo della deep Mindfulness, che sia psicologo o counselor, non si accontenta di essere solo un professionista certificato anche se ciò costituisce una prima garanzia: in realtà  il certificato non garantisce che l'insegnante sia  “più avanti” o che abbia le qualità di un Maestro, ma indica semplicemente che egli ha già esplorato il territorio della ricerca interiore e che ha il coraggio di esporsi garantendo un'attitudine onesta e un etica sincera perciò:
- è qualcuno che si propone di trasmettere non ciò che è scritto sui libri ma ciò che egli ha
ef­fettivamente capito e sperimentato nella propria vita;
- è qualcuno che cerca di rimanere coerente con i principi che insegna, che sa aprirsi a se stesso e quindi all’altro, che conosce e usa la medi­tazione e l’attenzione consapevole;
- è qualcuno che, nella relazione con l’altro, ha come direzione il perseguimento della azione di­sinteressata e delle virtù fondamentali dell’amorevole gentilezza e della compassione, della non invidia e dell'equanimità.

Certamente anche l’insegnante può cadere, ma l’importante è che ne sia consapevole, che lo sappia riconosce­re e che faccia del suo meglio per riprendere la giusta direzione; egli dovrebbe saper rimanere sempre aperto a mettersi in discus­sione anche quando sono gli studenti stessi a metterlo alla pro­va; è anche fondamentale che mantenga aperta una supervisio­ne e un confronto con qualcuno di cui si fida per non rischiare l’autoreferenzialità.

Il lavoro dell’insegnante di consapevolezza che promuove la presenza mentale si iscrive nel cam­po del sostegno allo sviluppo personale e alla crescita interiore;  anche se vi sono possibili applicazioni terapeutiche tipiche dell'azione dello psicologo o dello psicoterapeuta, la professione  più vicina è quella del Mindfulness counseling inteso così come Carl Rogers nel 1951 ha definito la relazione d’aiuto:“una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il rag­giungimento di un modo di agire più adeguato e integrato. L’altro può essere un individuo o un gruppo.”

Il compito dell’insegnante di Mindfulness, come quello del counselor, è dun­que quello di valorizzare le risorse personali del soggetto nel momento in cui le vive, la mag­giore possibilità di espressione di tutte le sue parti, da quella più istintuale ed emotiva fino a quella più intuitiva ed elevata; un la­voro che si svolge attraverso una relazione umana consapevole ed intenzionale, in cui l’operatore sappia integrare le qualità del cuore con le competenze e soprattutto sappia vivere la relazione nella presenza e nel contatto non giudicante con quello che il praticante porta con sé.

Per poter trasmettere un insegnamento egli deve aver saputo investigare e sviluppare la capacità di riflettere sui propri stati in­terni, affettivi, cognitivi ed emotivi, capacità indispensabile per poter comprendere lo stato mentale dell'altro, evitando di confonderlo con  il proprio mondo interno: un monitoraggio che regola il comportamento specifico di tutte le relazionie di cura quanto della relazione Mindfulness.

Il modello di relazione studente-insegnante che ha le sue radici nella psicologia buddhista, è centrato sull’accettazione empatica dello studente, di ciò che egli vive sul piano psicofisico e quindi nei tre livelli di corpo energia e mente, nel completo rispetto del­la soggettività dell’esperienza; una accettazione equanime e non giudicante volta a promuove la crescita interiore, attraverso una matura ed autentica capacità di relazionarsi con se stessi e con la realtà presente dell’esperienza che si sta vivendo.

Secondo l’approccio Deep Mindfulness l’intenzione dell’insegnante sarà rivolta all'utilizzo delle risorse di base che producono il benessere individuale, promuovendo nel contempo il processo evolutivo della coscienza verso l’apprendimento e la realizzazione di quelle condizioni mentali non egoiche che sono il fondamento comune ai diversi orientamenti di crescita interiore: equanimi­tà e compassione, tolleranza e gioia, concentrazione e pace menta­le, apertura e rispetto della vita, accettazione della morte, capacità di comprendere la natura transitoria dell’esperienza, generosità, assenza di dogmatismo e chiarezza etica.

L’insegnante deve coltivare in se stesso delle qualità personali per poterle trasmettere ai propri studenti quali:
-  la consapevolezza, ovvero essere in contatto con il proprio organismo psicofisico, con i pro­pri condizionamenti e con i propri stati emotivi,
- l'autenticità per insegnare solo ciò di cui ha esperienza, chiarezza della propria direzione e di quella verso cui vuole portare lo studente,
- il rispetto della dimensione etica nella propria vita personale e coerenza fra quanto insegna e la propria attitudine nella vita.

Nella relazione con lo studente, chi guida deve mostrare piena affidabilità e rispetto della parola data; saper controllare la propria reattività, essere vigile sulle proprie tendenze egoiche, es­sere generoso e disinteressato, coltivare le qualità dell’autenticità, della coerenza e della umiltà, avere attenzione per lo studente e per la sua evoluzione, assicurare una competenza tecnica e, infine, essere testimone di una seria e convinta pratica personale della meditazione di consapevolezza.

Insegnare consapevolezza è il lavoro più sublime che si possa fare, è un grande onore e una grande responsabilità e, come dice­va Paolo Menghi:
“chi scopre di essere utile è felice; aiutare le persone a crescere non è un sacrificio ma è entusiasmante, per ogni essere umano il piacere di veder evolvere le persone non ha uguali; quando l’uomo si ren­de conto di rappresentare un aiuto alla crescita altrui è soddisfatto e non c’è guadagno che possa competere con quella soddisfazione.”                                 

(tratto da Antonella Nardone,Yoga Mindfulness, la mente nel corpo, editore Armando -  Roma 2019) 

lunedì 8 aprile 2019

Nel conflitto, l'Amorevole Gentilezza


Esiste la possibilità di guardare ai conflitti lasciando andare le cause e i meccanismi mentali che li generano per sviluppare le qualità del cuore? E' la teoria e la pratica che la Mindfulness Dharma Oriented ci invita a riportare nella vita quotidiana. E' la possibilità per tutti coloro che sono interessati e migliorare la qualità delle loro relazioni.

Quando pensiamo al conflitto ci riferiamo al fenomeno che si verifica quando due parti contrastanti si incontrano generando una tensione opposta: sul piano psicologico sono conflitti fra parti di sé antagoniste e sono i conflitti interpersonali. Come possiamo affrontarli? Ci sono tanti modi elaborati da diverse correnti di pensiero: quello che vogliamo esplorare in questa sede è l'applicazione dell'Amorevole gentilezza, quale attitudine di profonda accettazione della realtà. L'amorevole gentilezza, insieme alla compassione, alla gioia compartecipe e alla equanimità, è una delle quattro qualità, dette incommensurabili, centrali nella psicologia buddhista e nella Mindfulness.

Cambiare punto di vista
Di fronte a un conflitto, nella maggior parte dei casi, il nostro sentire istintivo è che la causa sia nell'altro o nelle circostanze avverse: ciò non è sbagliato, ma solo parziale, in quanto essendo in un campo squisitamente relazionale non può non esserci anche una nostra parte nel problema che ci si pone davanti. E, noi ci siamo sotto due punti di vista: quello della responsabilità e quello del modo in cui viviamo il conflitto stesso.
E' di questo secondo aspetto che ci vogliamo occupare in quanto ci appare risolutivo non tanto del problema in sé ma piuttosto nella riduzione del disagio psichico che esso può generare, ma soprattutto nel cogliere l'opportunità che sempre la vita ci offre in contropartita delle prove a cui ci sottopone. E, per chi è interessato ad accrescere la propria consapevolezza, i conflitti, se utilizzati in questo senso, possono diventare una grande opportunità.
Poniamo il caso in cui il conflitto non sia stato generato da noi e che perciò ci appaia irrisolvibile, e focalizziamoci invece sul nostro sentire e quindi sul modo in cui lo viviamo esplorando la possibilità di abbandonare l'aspettativa di risolverlo. E proviamo ad analizzare cosa accade dentro di noi. Ci accorgeremo di sentire una tensione forte, poco sostenibile che chiede prepotentemente di essere utilizzata per risolvere il che problema che l'ha generata. Ora questa tensione è sostenuta da un surplus di energia che è prodotta dall'attrito che si forma fra le due parti che confliggono (che siano due parti interne o parti di una relazione).

L'uso dell'Attrito
Infatti, come in natura, quando due parti in contrasto si scontrano creano attrito, generando una energia tanto più forte quanto più intenso e insolubile è il conflitto che ne è la causa. Questa energia sarà comunque fonte di un movimento interno o esterno: sta al soggetto scegliere quale direzione darle. Se la sua mente è fortemente condizionata dai meccanismi automatici di difesa dell'Io-Mio, l'energia dell'attrito andrà a sostenere reazioni automatiche, se invece si tratta di una mente più libera il soggetto potrà scegliere comportamenti più virtuosi.
In un esempio pratico, un attacco verbale può provocare un pungo e scatenare una rissa oppure risolversi in un sorriso derivante da un processo di consapevolezza al centro del quale ci sono contemporaneamente: il sentire il proprio disagio, la com-prensione delle ragioni dell'altro e l'accettazione aperta del conflitto in atto. Nella Mindfulness questo processo si chiama Amorevole gentilezza.

L'Amorevole gentilezza per la liberazione della mente
L'amorevole gentilezza è una profonda accettazione di noi stessi, dell'altro e della sofferenza di entrambi; è non dare spazio a quella parte di noi che vorrebbe, vendicarsi, rispondere oppure fuggire, essere consolata, cambiare la situazione: l'immagine della mente amorevole è quella di qualcuno che nel massimo del dolore sappia aprire il cuore ad un sorriso. E' una trasformazione radicale del nostro modo di vivere la relazione con se stessi e con gli altri. E' una profonda crescita interiore verso la saggezza. Non è facile attivare l'Amorevole Gentilezza, serve molta energia; ecco allora che le situazioni di conflitto ci vengono in soccorso fornendoci un prezioso surplus di energia che può essere utilizzato per scardinare i meccanismi della mente e quindi per liberarla: ciò che non può avvenire nella confort-zone, può così avvenire nel pieno della tensione se sappiamo utilizzare l'energia dell'attrito.
Se ci pensiamo bene a volte, inconsapevolmente, siamo proprio noi stessi a costruirci situazioni difficili, non per stare più tranquilli ma per un impulso dell'anima a liberarsi dai condizionamenti dell'attaccamento e dell'avversione ...
D'altra parte è esperienza comune l'osservazione che, di fronte momenti difficili della vita alcune persone ne sono devastate, altre rigenerate. Il punto è dunque: come fare a trasformare l'energia dell'attrito che deriva dal conflitto per liberarci invece che per aumentare la sofferenza di quella parte di noi che vorrebbe che quel conflitto e quell'attrito non ci fossero?

Il processo dell'Amorevole Gentilezza
La pratica dell'Amorevole Gentilezza nella relazione conflittuale non è assolutamente facile in quanto sono messe in gioco emozioni come la rabbia, la paura o la frustrazione che sono cariche di energia reattiva, poco gestibile. Tuttavia, se prima di far scattare la reazione automatica, riusciamo a prenderci un tempo, e se dietro al conflitto c'è una reale intenzione di incontrare l'altro, possiamo attivare quelle azioni introspettive che potranno sostenere il processo trasformativo.

Riportare la mente alla presenza.
In presenza di un conflitto è facile che la mente divaghi per elencare ossessivamente e sostenere tutte le nostre ragioni: è un enorme e inutile dispendio di energia che ci impedisce di essere in contatto con noi stessi e con quello che proviamo. E' importante dunque iniziare il processo introspettivo ritrovando la presenza, concentrandoci qualche minuto sul respiro.

L'indagine.
Se siamo in contatto con noi stessi possiamo ora provare a sentire e riconoscere l'emozione che ci abita: “rabbia... paura... di cosa...? cosa sto difendendo...? da cosa mi sento minacciata...?”

L'accettazione di se stessi.
Se quello che troviamo non ci piace è bene evitare di rimanere intrappolati in un giudizio negativo sui nostri stessi sentimenti che ci porterebbe inevitabilmente ad una fuga o ad agire l'aggressività.

L'osservazione.
Possiamo ora rivolgere lo sguardo verso l'altro per percepire sul piano sottile l'emozione che lo abita e le sue ragioni, ponendo le medesime domande: “rabbia... paura... di cosa.. ? da cosa si sta difendendo...? da cosa si sente minacciato...?”

L'accettazione dell'altro.
Prendere atto, senza giudicare, ciò che vediamo nell'altro

La motivazione.
A questo punto dobbiamo prendere una decisione: cosa vogliamo realmente che accada? Dobbiamo scegliere se cercare la pacificazione, la fuga o il mantenere acceso il conflitto... Ad aiutarci a prendere questa decisione c'è solo la direzione etica che guida il ricercatore sincero, senza la quale questo discorso rischierebbe di essere manipolatorio. L'obbiettivo non è “cosa mi conviene di più per sostenere l'IO-MIO” ma è “cosa è giusto fare per servire la Verità e la Benevolenza?”

L'apertura.
Se decidiamo di perseguire la pacificazione dobbiamo esprimere l'azione più difficile: aprirci e renderci vulnerabili, rinunciare a difendere noi stessi per entrare in empatia con l'altro. Per fare questo è necessaria una forza interiore, un perno che possa sostenerci, se la nostra identità fosse troppo fragile, l'azione di apertura, che è anche una resa, sarebbe insostenibile. Tuttavia piccoli e graduali tentativi possono essere fatti da tutti, per saggiare fino a che punto possiamo spingerci...

L'espressione.
E' l'atto finale che mettiamo in campo, per rivolgerci all'altro consapevolmente, con amorevole gentilezza, allineando la nostra motivazione con le parole che pronunceremo e le azioni che compiremo. Non è detto che questo processo sani il conflitto, anche se ha buone probabilità di farlo, ma avrebbe sicuramente un grande vantaggio: il conflitto invece di produrre il suo potenziale distruttivo aiuterebbe la nostra crescita interiore verso la liberazione dai condizionamenti della mente, e sarebbe un passo verso l'eliminazione della sofferenza “non necessaria” in noi stessi e negli altri.

Antonella Nardone


Vocabolario Mindfulness Dharma Oriented

I quattro incommensurabili (Bramaviara)
Con il termine Brahmavihāra nel Buddhismo si indicano quattro qualità o stati mentali altamente desiderabili, detti i quattro incommensurabili o le quattro forme del vero amore. Letteralmente il termine significa “Dimore Divine”: nella misura in cui riusciamo a generare in noi questi stati mentali e a stabilirci in essi, dimoriamo presso Dio, siamo come in paradiso, ma non dopo la morte in una ipotetica vita futura, ma proprio qui e ora mentre viviamo la nostra vita quotidiana. Come tutti gli stati mentali anche le quattro dimore divine dipendono in ultima analisi da noi e non dalle circostanze. Questo significa che se la nostra mente è sufficientemente allenata possiamo imparare a generare in noi questi stati indipendentemente dalle circostanze e anzi possiamo imparare a portarli proprio nelle situazioni difficili della nostra vita.
Questi quattro stati mentali sono: Mettā, Muditā, Karunā e Upekkhā.
Mettā è la gentilezza amorevole, l'amore e la benevolenza senza discriminazione che si irradia su tutti e che desidera il bene e la felicità dell'altra persona senza chiedere nulla in cambio.
Muditā è la gioia compartecipe, la gioia altruistica, la capacità di partecipare alla gioia altrui, l'opposto dell'invidia. Quando accediamo a questo stato mentale realizziamo che la felicità delle persone intorno a noi è la nostra stessa felicità: come posso essere felice se intorno a me ci sono persone infelici? Muditā è offrire gioia all'altra persona e considerare la gioia altrui come la propria.
Karunā è la compassione. Compassione non è commiserare l'altro, compatirlo, averne pietà, tutti atteggiamenti che sottendono un giudizio, che tendono a mettere l'altro in una posizione di inferiorità rispetto a noi, ma è la capacità di vedere e comprendere la sofferenza dell'altro, di partecipare al dolore altrui. Karunā, che come tutti i Brahmavihāra è una forma di amore, è la capacità di riconoscere la sofferenza nelle persone che amiamo e la capacità e il desiderio di alleviare questa sofferenza. Questo ci porta ad aprirci all'altro, a sentire la connessione con lui, a renderci conto che la sofferenza accomuna tutti gli uomini, al di là della facciata che mostrano. Se siamo nell'odio non facciamo altro che distruggere noi stessi.
Upekkhā è l'equanimità. Il sole è equanime, risplende su tutti senza distinzioni. La terra è equanime: è in grado di ricevere e trasformare sia sostanze pure che sostanze contaminate. Equanimità è lasciare andare attaccamenti, preferenze e avversioni, è la capacità di osservare fatti, persone, situazioni ma anche pensieri, emozioni e sensazioni accogliendoli per quello che sono, senza giudizio. Questo atteggiamento genera una mente di pace, quieta e spaziosa e in questo spazio possiamo essere non reattivi e quindi liberi. Equanimità non è indifferenza, è un guardare dall'alto che permette di cogliere le distinzioni, di discernere con visione e intelligenza senza farsi guidare da attaccamenti e avversioni.

Antonella Nardone
Mindfulness counselor, formatore e docente di Yoga Mindfulness, fondatore e direttore didattico
de Il filo del Sé, della FYM Scuola di formazione insegnanti. Ha ideato, coordina ed è docente
della Scuola di Counseling Yoga Mindfulness.
Dal 2010 è studiosa del pensiero buddhista sia nella tradizione Mahayana che Theravada;
pratica e guida gruppi di meditazione shamatha vipassana.
Ha elaborato un modello di crescita interiore a mediazione corporea, che connette lo Yoga
alla Mindfulness Dharma Oriented.
www.ilfilodelse.it

venerdì 22 marzo 2019

La mente, la meditazione e la compassione

I fondamenti della Mindfulness

LA MENTE, LA MEDITAZIONE E LA COMPASSIONE

 Quando si parla di Mindfulness è implicito conoscere i concetti base a cui ci si riferisce, ma non sempre essi sono noti anche agli stessi praticanti.  
“Mindfulness” in inglese, comunemente tradotto con il termine “Consapevolezza”, racchiude il concetto di “Sati” che nell’antica lingua pali indica quello stato mentale di attenzione al momento presente. Ma non finisce tutto qui: nella psicologia buddhista la piena presenza permette di liberarci dai pensieri condizionati che conducono alla sofferenza. Affinché questo processo sia avviato è necessario approfondire tre concetti che hanno molta rilevanza nel metodo della Mindfulness: la mente, la meditazione e la compassione. Per approfondirne il significato prendiamo spunto da alcuni articoli di Nanni De Ambrogio, docente del Mindfulness Compassion Master, e della Scuola di Mindfulness Counseling, organizzati dalla Mindfulness Project di Pomaia, che sono ritenuto i più qualificati corsi esistenti in Italia per l’apprendimento di questa materia.

Cos’è la mente

Nella tradizione buddhista tibetana c’è una definizione di mente molto chiara e semplice. Per mente o coscienza, termini sinonimi per indicare lo stesso fenomeno, si intende “ciò che è chiaro e conosce”. Possiamo dire che la mente conosce tutti i fenomeni di cui facciamo esperienza sia quelli che provengono dal corpo che quelli che provengono dalla parte pensante della mente.
I fenomeni che conosciamo e di cui facciamo esperienza con il corpo entrano in noi dai cinque canali sensoriali: le immagini visive dal canale della vista, i suoni dal canale dell’udito, i gusti dal canale gustativo, gli odori dal canale olfattivo e le sensazioni di contatto dal canale tattile. I fenomeni che provengono dalla mente pensante sono pensieri e immagini mentali. Essi appaiono privi di materia fisica e li sperimentiamo come interni a noi ciò che dimostra che devono avere un sostegno nell’attività del cervello o in qualche altro substrato corporeo nel caso delle coscienze più sottili affermate dalla tradizione buddhista.
Il nostro mondo è tutto racchiuso nelle esperienze conosciute attraverso questi sei canali.
La chiarezza della mente, si riferisce al fatto che essa possiede uno sfondo come un cielo ampio e luminoso sul quale di volta in volta appaiono le esperienze fisiche e mentali che vengono conosciute. La natura di chiarezza dello sfondo rimane comunque anche se le esperienze conoscitive appaiono con un sapore di pesantezza, oscurità o confusione poiché è la chiarezza che permette la percezione dell’esperienza. Per esempio quando diciamo di essere confusi dimostriamo di conoscere quel tipo di esperienza ed è proprio la chiarezza di sfondo che ci permette di parlare della confusione. Si potrebbe dire che se lo sfondo fosse oscuro, come si potrebbe dire di getto riguardo alla confusione, sarebbe tutto buio e non potrebbe sorgere alcuna esperienza conoscitiva.
La scienza moderna ha confermato recentemente che le reti neuronali tendono a fissare nelle aree del cervello, i pensieri prodotti con più frequenza fino a farli diventare abitudini ben radicate, come impronte che nel momento in cui si presentano le condizioni adatte, partono in automatico producendo i comportamenti relazionali.
In fondo è qualcosa che sapeva già anche la saggezza popolare e il Buddha 2500 anni fa diceva nel famoso sutra “Sui due generi di pensiero”: “Ciò a cui frequentemente pensiamo, quello diventa l’inclinazione della nostra mente”.
Su queste modalità di funzionamento della mente costruiamo le nostre idee su noi stessi e sul mondo le quali poi indirizzano tutti i comportamenti che mettiamo in atto. Quindi è evidente che la felicità o la sofferenza nella nostra vita dipendono strettamente da ciò che pensiamo.
La pratica che ci serve per diventare consapevoli di questi processi è la meditazione. 

Cos’è la meditazione
Il modo migliore per comprendere cos’è la meditazione è ricordare il significato della parola tibetana “gom” che significa appunto meditazione. “Gom” vuole dire “familiarizzare la mente” o in altre parole “abituare la mente” a qualcosa.
Se osserviamo onestamente, attraverso l’esperienza diretta, probabilmente scopriamo che nella nostra mente ci sono molti pensieri abitudinari e ripetitivi ai quali tendiamo ad aggrapparci e che ci appaiono particolarmente “veri”. Ripetendoli frequentemente diventano abitudini in grado di presentarsi automaticamente nelle situazioni più diverse. Alcuni dei pensieri più abitudinari e radicati nel nostro tempo sono per esempio le convinzioni di essere sbagliati o inadeguati che poi ritroviamo alla base dell’ansietà.
Quindi la mente funziona per abitudini ed è proprio sulla sua capacità di abituarsi che funziona anche la meditazione. La scienza moderna ha poi scoperto che nel cervello le connessioni neuronali sinaptiche, attivandosi sempre allo stesso modo a causa di pensieri reiterati sempre uguali, attivano continuamente certe aree del cervello creando gli automatismi di pensiero.
Ma al contrario delle abitudini spesso controproducenti acquisite nel corso della vita, in meditazione la mente si abitua a pensare e utilizzare frequentemente, fino a farle sorgere spontaneamente, quelle qualità che si ritengono utili per stare bene nella vita, nella relazione con se stessi, con gli altri e con l’ambiente. In particolare si medita o si familiarizza la mente per incrementare la capacità concentrativa, le qualità dell’amore, della compassione, dell’equilibrio interiore, la capacità di percepire profondamente la natura della realtà e quindi in definitiva “chi siamo” e “qual’è il significato”, la capacità di uscire dal sequestro dei pensieri ossessivi e dell’ego.
Queste sono alcune delle potenzialità della mente che si coltivano e incrementano con la familiarizzazione meditativa e il modo per familiarizzare è semplicemente quello di ripetere più e più volte le stesse cose.
Ad ogni modo credo che in definitiva la discriminante per definire utile una meditazione sia semplicemente il fatto che contribuisca a farci stare meglio nella vita, più liberi dalla paura, sereni e a nostro agio possibilmente anche nelle situazioni più difficili.
E’ proprio su questi presupposti sul funzionamento della mente che si fonda la pratica interiore che conduce all’emancipazione dal dolore e verso un’esperienza di libertà e pace.

 Cosa è la compassione
La psicologia buddista definisce la compassione come l’intenzione di liberare se stessi e gli altri dalla sofferenza. La compassione è la capacità di sentire la propria sofferenza e la sofferenza dell’altro senza farsene travolgere. E’ la forza interiore che ci aiuta a vedere le cose in una prospettiva di interdipendenza e interrelazione permettendoci di vedere più in là dello spazio limitato del nostro ego.
L’amore, nella definizione buddhista, è il desiderio di rendere felici se stessi e gli altri.
Queste attitudini vengono sviluppate attraverso insegnamenti e pratiche specifiche, che Mindfulness Project ha derivato dal buddismo integrandole con strumenti della psicologia e della psicoterapia principalmente di orientamento umanistico e transpersonale.
Nella tradizione buddista vengono considerate, insieme alla mindfulness, come le caratteristiche fondamentali dell’equilibrio psicologico e spirituale, come i fondamenti stessi della salute psichica e del benessere.
Tradizionalmente gli insegnamenti e le pratiche per implementare queste qualità comprendono in primo luogo l’apprendimento di un’attitudine di cura e sollecitudine verso se stessi, attitudine che viene poi portata come nutrimento e sostegno nelle relazioni.
Gli effetti dell’integrazione della mindfulness con la compassione e con la benevolenza si manifestano quindi in un miglioramento nella qualità della relazione con se stessi, in termini di pace interiore, benessere autentico, senso di autostima non egoico, fondato su una condizione di centratura, capacità di accoglienza e di apertura alla vita.
Questa condizione di centratura e di sano amore e rispetto per se stessi diventa una fondamentale qualità di presenza ed equilibrio nel rapporto con gli altri: un’attitudine relazionale sostenuta dalla consapevolezza e dalla compassione offre strumenti efficaci e sperimentati nel tempo nelle diverse tradizioni sapienziali per poter convivere pacificamente con gli altri esseri umani e per risolvere le dinamiche e le conflittualità che ogni relazione interpersonale necessariamente comporta.

                                                                                                                                Nanni Deambrogio   

Per informazioni sul Mindfulness Compassion Master (MCM) visita il sito http://mindfulnesscompassion.it/


lunedì 25 febbraio 2019

Un puntino sulla i di Mindfulness...


Questo blog è animato da un gruppo di counselor formati dalla Scuola Mindfulness Project di Milano, che ha sede presso l'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa). La nostra visione della Mindfulness, mutuata dalla Scuola e dal nostro percorso di praticanti del Dharma Buddhista, ci porta a mettere al centro e ad approfondire i temi della Consapevolezza (Sati), delle Quattro Dimore Divine (Benevolenza, Compassione, Gioia Condivisa ed Equanimità), del Nobile Ottuplice Sentiero anche in quelle situazioni nelle quali ci troviamo a contatto con la sofferenza umana, nostra e di coloro con cui a vario titolo entriamo in contatto.
Questa è la Mission della Mindfulness, come era stata formulata all'inizio dal suo fondatore, Jon Kabat-Zinn all'inizio degli anni '70, traendo ispirazione dalla sua pratica svolta nell’alveo delle principali tradizioni Buddhiste, Theravada, Tibetana e Zen.
Da allora molte cose sono cambiate e andate avanti. La Mindfulness è ora articolata in numerosissimi protocolli che vanno ad affrontare le più disparate psicopatologie, essendo stata "presa in carico" da un consistente drappello di psicologi cognitivo-comportamentali. Questa evoluzione, forse all'inizio inaspettata, ha contribuito ad una grandissima diffusione anche a livello di mass-media di termini come Mindfulness, Consapevolezza e di pratiche come la Meditazione, il rilassamento, il body-scan e così via. E questo non può che farci  piacere.
Però alcuni vecchi praticanti possono sentire l'esigenza di rimettere a posto il puntino sulla “i” di Mindfulness, e tra i tanti spunti in questo senso, volevo menzionare l'introduzione scritta da Jon Kabat-Zinn ad un libro, per ora disponibile solo in inglese: Mindfully facing desease and death (Windhorse Publications, 2016) di Ajahn Analayo. L'autore è un monaco nato in Germania nel 1962 e ordinato a Sri Lanka nel 1995. Nella sua vita alterna soggiorni in Germania (dove è professore all'Università di Amburgo), a Taiwan, a Sri Lanka e negli Stati Uniti, dato che di recente è diventato insegnante residente all'Insight Meditation Society di Barre (Massachusetts). Va però anche detto che ovunque si trovi, trascorre buona parte di ogni settimana in continua meditazione, in condizioni, in pratica, di ritiro monastico.
Nel corso degli anni si è andato affermando come una delle maggiori personalità al mondo nello studio del Buddhismo antico, cioè di quel corpus di testi che possono esser fatti risalire ad un periodo compreso tra il 500 e il 300 a.c., precedente quindi alla costituzione del Buddhismo Theravada che forma il background di pratiche affermate anche in Occidente come la Vipassana. E' autore anche di Satipatthana. Il cammino diretto per la realizzazione, (la cui lettura vivamente consigliamo) ora disponibile in formato elettronico presso il sito del Monastero Santacittarama a questo link: https://santacittarama.altervista.org/ebook/ebooks.htm?fbclid=IwAR3w1NWGeQwjzjbV4-fiCvFT_jqdktMZEt0XIKsPO479_xwPvfp2hbnNs3E#SATI.

Nell'introduzione a Mindfully facing... (del 2016) Kabat Zinn ricorda come alla fine degli anni '70 solo pochi testi erano a disposizione per l'approfondimento del Dharma sia dal punto di vista pratico che teorico. Ora le cose sono molto cambiate e l'affacciarsi sulla scena di maestri, studiosi e studiosi-praticanti come Ajahn Analayo consente di colmare molte lacune, compreso tutto ciò che gira attorno al tema "pratica del Dharma e vita quotidiana". Ci sembra di poter dire che la questione non sia solo quella di formulare protocolli e validarli scientificamente, ma, come scrive Kabat-Zinn:

"Come 'istruttori Mindfulness’ all'interno della medicina e della sanità moderne, noi dobbiamo insegnare sulla base della nostra personale esperienza, piuttosto che citare autorevoli fonti o testi Buddhisti o, a riguardo, prendere spunto da storie Buddhiste accattivanti o ispiratrici. Nondimeno, noi stessi dovremmo essere radicati nella nostra pratica del Dharma basata su gli insegnamenti classici di diverse tradizioni Buddhiste, mentre continuiamo ad imparare da, e a praticare con, Maestri di Dharma riconosciuti. Questo significa che noi dovremmo essere traduttori del Dharma e della pratica in un linguaggio universale che sia nondimeno congruente a quegli insegnamenti classici nella misura in cui riusciamo ad incarnarli nelle nostre vite. Nel MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction, il protocollo Mindfulness per la riduzione della sofferenza originale formulato alla fine da Kabat-Zinn) e negli altri interventi basati sulla Mindfulness che hanno proliferato nei decenni passati, ci si riferisce a questo come ad 'insegnare sulla base della propria pratica ed esperienza". Ma questo non significa insegnare quello che ognuno preferisce, né mettere su la propria personale versione del Dharma. Significa immergersi negli insegnamenti classici per consolidare e rafforzare il nostro impegno a vivere una vita risvegliata attraverso la pratica di Mindfulness e Heartfulness".

Sostenere l'aspetto "Dharma" della Mindfulness, ecco lo scopo di questo blog.

Lorenzo Giovannini

mercoledì 13 febbraio 2019

I tre livelli della Mindfulness Dharma Oriented


Sulla Mindfulness

Al di là delle diverse tecniche e metodologie, la mindfulness consiste in una sollecita e non giudicante attenzione al flusso della coscienza, dei pensieri, delle emozioni e degli stati mentali. Coltivare questa attitudine aperta e non giudicante significa scoprire spazi interiori di sorprendente calma mentale e accoglienza, e realizzare la capacità di rapportarsi alle esperienze interiori e relazionali in modo sempre più aperto, maturo e sensibile.
Mindfulness è la capacità di accogliere ogni esperienza con la forza della pace mentale e con il coraggio del cuore, permettendoci di uscire dal sequestro dei nostri stessi pensieri.

Mindfulness in inglese, approssimativamente tradotto con consapevolezza in italiano, è un termine che tenta di avvicinarsi a “Sati” che nell’antica lingua pali indica uno stato mentale di attenzione nel momento presente che in quanto tale ha la qualità di essere libera da pensieri condizionanti che portano sofferenza. Si tratta quindi di una condizione di eccezionale libertà certamente desiderabile per ogni individuo.

Leggendo questa sintetica descrizione sembra qualcosa di semplice e facile da ottenere, ma l’esperienza ci dice che non è così poiché acquisire l’abilità a comprendere, intuire e specialmente rimanere nella “mindfulness” richiede un lungo e paziente addestramento. Inoltre è necessario che la “mindfulness” si accompagni ad altre qualità interiori come l’amorevole gentilezza e la compassione senza le quali rischia di perdere la sua efficacia.

I tre livelli della Mindfulness: una necessità di chiarificazione

Il modello Mindfulness Project integra i diversi livelli della mindfulness e una visione globale della mente e dei fattori mentali salutari. Nel panorama attuale dei diversi approcci che utilizzano la mindfulness possiamo distinguere tre differenti finalità della consapevolezza:

1. Mindfulness per investigare sulla storia personale.


In primo luogo si può parlare di consapevolezza ed investigazione con riferimento al lavoro comune della psicoterapia, intendendo una ricerca focalizzata sulla storia personale e sulla narrazione, avendo come obbiettivo la comprensione di: “chi sono io, da dove vengo, di che cosa ho bisogno, dove sto andando”, delineando la condizione personale e interpersonale della mia esperienza e rafforzando il senso di autostima, autoefficacia e in genere quelle
che nella psicoanalisi vengono definite le “funzioni dell’Io”.

2.  Mindfulness per decentrarsi dagli schemi mentali.


Si può poi intendere ed utilizzare la consapevolezza come nei diversi programmi di sviluppo della mindfulness attualmente diffusi in occidente, con l’intento di aiutare le persone a sviluppare migliori capacità di gestione delle emozioni e dei pensieri, per far fronte allo stress, per decentrarsi dagli schemi mentali e accedere a un certo grado di equilibrio emotivo. In questo secondo caso la mindfulness riguarda non tanto il contenuto dell’esperienza personale quanto il processo di funzionamento della psiche e il modo per rendere tale processo funzionale e salutare.

Si tratta di un livello metacognitivo, in cui imparare a riconoscere il modo in cui operano i pensieri nel rapporto con il corpo e con le emozioni, e trovare in questo modo una capacità generale di non-reattività e di resilienza. Entrambi i primi due livelli si riferiscono a una dimensione della mindfulness che potremmo definire psicologica.

3     3.  Deep Mindfulness per sviluppare conoscenze nel livello trans personale.

Infine si può intendere e utilizzare la mindfulness in una modalità più vicina alle sue origini, con riferimento a livelli più profondi del processo investigativo e del processo della concentrazione e dell’assorbimento meditativo. In questo caso si potrebbe parlare di deep mindfulness, di un processo significativo di approfondimento dell’esperienza meditativa, in cui l’investigazione è portata a livelli sempre più sottili e raffinati, direzionandola verso lo sviluppo di conoscenze intuitive relative alla natura della realtà dell’esperienza umana. Si tratta quindi di un diverso livello della mindfulness, che possiamo definire transpersonale, il cui focus è la visione profonda delle caratteristiche universali dei fenomeni (l’impermanenza, l’insoddisfazione/sofferenza, l’insostanzialità del sé o vacuità), con una finalità più vicina al corpus delle pratiche meditative buddiste, che comprende non solo l’equilibrio emotivo ma anche la possibilità di sviluppare le più elevate potenzialità della mente/cuore, in un cammino progressivo di emancipazione dalla sofferenza e di realizzazione di dimensioni di benessere, di pacificazione e di saggezza sempre più raffinate. In questo senso sati viene considerata sinteticamente come “una saggezza o intuizione profonda della effettiva natura della realtà che include tutti i fenomeni esistenti “. Sati quindi viene inteso nella sua originaria accezione di saggezza intuitiva, anche denominata “Vipassana” che significa “Visione profonda” e che è considerata l’unico effettivo modo per recidere alla radice le cause della sofferenza.
Questo terzo livello transpersonale prevede inoltre l’integrazione con le pratiche per lo sviluppo delle qualità dell’essere che sostengono e danno profondità al cammino psicologico e spirituale, la compassione, la gentilezza amorevole, la gioia, l’equanimità, ecc. Si tratta di un insieme di metodologie, derivate principalmente dalle diverse tradizioni buddiste, che Mindfulness Project sin dalla sua costituzione ha adottato e che la ricerca scientifica sta sempre più dimostrando essere efficaci sul piano clinico in termini di salute e benessere psicologici.

L’approccio Mindfulness Dharma Oriented.

Il metodo di Mindfulness Project integra i tre livelli della mindfulness senza trascurare nessuno di essi, ma con una significativa apertura verso i livelli che abbiamo definito transpersonali, con l’intento di un processo graduale di maturazione psicologica verso i più profondi livelli di crescita e autorealizzazione transegoica.

La Mindfulness Dharma oriented vuole rendere un effettivo omaggio alla antica saggezza del Buddha e alle diverse tradizioni cliniche e spirituali, da cui trae ispirazione, e al diritto di tutti gli esseri viventi di acquisire una via effettiva alla liberazione dalla sofferenza e all’ottenimento di una stabile pace interiore.

In particolare, l’approccio si riferisce ai modelli della Psicologia Umanistica per quanto riguarda i primi due livelli di utilizzo della mindfulness, mentre per quanto riguarda il terzo e fondamentale livello prende ispirazione dagli antichi approcci “Vipassana” della tradizione Theravada di provenienza Tailandese e Birmana, da quello Zen di Thich Nath Hanh e da quello della “Pura consapevolezza” delle scuole tibetane.

Infine l’integrazione della mindfulness con ulteriori pratiche per lo sviluppo delle qualità dell’essere come amore, equilibrio e compassione ha come riferimento sia le prime due tradizioni, sia in particolare la tradizione tibetana con la splendida figura del bodhisattva che porta in sé la qualità della “Grande compassione” che include tutti gli esseri.

Questo è l’elemento di ispirazione che contraddistingue i percorsi formativi Mindfulness Dharma oriented e che opera come il fulcro centrale attorno al quale le diverse metodiche di sviluppo della mindfulness vengono integrate.

Il fattore mentale Sati (Mindfulness).

Che cosa indica la parola sati, tradotta generalmente con l’inglese mindfulness?

E’ un fattore mentale, una qualità della mente che può essere coltivata e sviluppata, assieme ad altri fattori, come la concentrazione e la tranquillità, attraverso la meditazione.

Mindfulness è la consapevolezza che si attiva attraverso il portare attenzione al processo dell’esperienza psicocorporea così come si svolge momento per momento.
La consapevolezza implica un’attenzione intenzionale, bilanciata, non giudicante, centrata nel presente e focalizzata in profondità sul manifestarsi ininterrotto dei fenomeni della mente e del corpo.
Le caratteristiche peculiari della mindfulness - descritte nel modello dell’Abhidhamma con il termine consapevolezza (sati, nella lingua pali, mindfulness oppure anche il più generico “awareness” in inglese, che generalmente viene reso come ‘presenza mentale’)- attengono ad uno specifico fattore mentale costruttivo e salutare che, integrandosi con altri fattori mentali come la calma, la stabilità, la saggezza, la concentrazione, l’equanimità e lo sforzo, rende la mente vigile, sveglia, lucida e capace di conoscere direttamente l’oggetto, cioè capace di entrare in contatto diretto e profondo con l’esperienza immediata.

La consapevolezza è definita come potere di osservazione e come capacità di ritornare sull’oggetto, di ritornare nel momento presente, evitando la distrazione e focalizzando l’attenzione in modo diretto e pieno sull’oggetto di meditazione.

La parola sanscrita smrti, che corrisponde al pali sati, ha diversi interpretazioni, apparentemente contrapposte: letteralmente significa ricordo, ma al tempo stesso può anche essere intesa come attenzione.
I due significati si intrecciano nel processo di portare la mente a essere vigile e a ‘conoscere’ la realtà del corpo e della mente, in quanto questo comporta un continuo riattivare l’attenzione verso l’oggetto meditativo e in generale verso ogni attività che si sta svolgendo e si riferisce quindi al processo di risvegliarsi al presente, quindi a un ricordo del presente.
Un ulteriore sfumatura della parola smrti, ci viene offerta da Corrado Pensa nel testo “Intelligenza spirituale”, edito da Ubaldini, in cui sottolinea il fatto che dalla radice smr derivi anche la parola smarana che significa amore, un risvegliarsi con amore alla vita.

Le caratteristiche della consapevolezza profonda.

La consapevolezza più profonda, sati, coltivata con la meditazione racchiude in sédiverse caratteristiche fondamentali:

  • Ha un aspetto di stabilità, di pace, di calma e di imperturbabilità.
  • Ha un carattere fondamentale di chiarezza e lividezza, di lucidità mentale e vigilanza.
  • E’ non concettuale ed intuitiva, non opera attraverso la mente concettuale, le parole, i pensieri, ma attraverso  processi di elaborazione preverbali.
  • È non egoica, è presenza in sé piuttosto che presenza di sé.
  •   Ha un carattere di non superficialità e di contatto immediato, intimo e pieno con l’oggetto di osservazione. Questo aspetto si riferisce alla caratteristica attiva della  consapevolezza.
  •  E’ intesa come saggia in quanto direzionata all’osservazione delle caratteristiche fondamentali dei fenomeni (transitorietà, sofferenza e vacuità del sè) e diretta alla comprensione intuitiva delle verità fondamentali (Quattro Nobili Verità).
  •  Ha un aspetto fondamentale di sollecitudine, di prontezza, di capacità energica di penetrare nella realtà dei fenomeni quando essi si manifestano; un aspetto trasformante, perché trasforma l’impatto delle esperienze mentali e trasforma lo stato della coscienza.
  •  Ha un carattere di calore, di cura, accompagnandosi alla pace, alla compassione, alla fiducia, alla spaziosità e all’amore.